10 soprannomi improbabili dati a giocatori della Roma

Il calcio è fermo. La vita anche. Fuori dalle nostre mura si sta fronteggiando una delle problematiche più gravi degli ultimi decenni e tutto ciò che possiamo fare per aiutare e non peggiorare le dinamiche è restare in casa. E cercare perciò di rendere il tempo a nostra disposizione produttivo e costruttivo.

E così con il calcio che non va avanti, è questa una buona occasione per guardare indietro. Ma senza farlo in maniera usuale. Dato il periodo duro, l’idea è quella di alleggerire i toni trattando tematiche lievi, che ci facciano ripensare ad aneddoti curiosi, divertenti e interessanti allo stesso tempo.
Perciò perché non unire tutti questi concetti nella ricerca di qualche soprannome improbabile che nel corso della storia della Roma è stato affibbiato ai nostri giocatori? Grazie al sito ASR Talenti, sul quale si trovano tutti i soprannomi di tutti i giocatori romanisti di sempre, abbiamo scelto di analizzarne 10.
Tutti molto particolari.

DAL “TIVOLESE” A “SCHICCHERÒ”

Il primo giocatore scelto è una delle prime figure della storia della Roma per davvero. Stiamo parlando di Bruno Ballante, primo portiere ufficiale della storia romanista, che ha protetto i nostri pali dal 1927 al 1930. In un certo senso è il guardiano della nostra storia, il primo che abbia mai tenuto tra le mani le chiavi della porta. Ha accompagnato la Roma nei primi passi nel mondo del calcio e ha vinto la Coppa Coni nel 1928, primo trofeo capitolino. Sugli spalti era etichettato con due soprannomi: il primo è “Tivolese” e la ragione è semplice. Il 15 aprile 1906 infatti Ballante è venuto al mondo, e lo ha fatto proprio nel comune di Tivoli. L’altro invece è “Lu mejo portiere de lo munno”: il miglior portiere del mondo. Probabilmente no, non lo è mai stato. Ma è stato il primo portiere romanista. Quindi in un certo senso sì, lo è stato.

Poi c’è Sune Andersson. Siamo a inizio anni ’50, precisamente tra il 1950 e il 1952. Lo svedese arriva nella squadra capitanata da Armando Tre Re assieme ad altri due connazionali – Knut Nordahl e Stig Sundqvist – ma lui è quello che trova più spazio. Era un centrocampista versatile, capace di occupare tutte le posizioni nel reparto centrale, ma ciò che più colpisce di lui è il soprannome artistico con cui viene accolto a Roma:” Mona-Lisa”. Il perché è presto spiegato: la sua espressione del volto impassibile, perennemente monotona e quasi apatica, rende immediato il nesso con la celebre opera di Leonardo Da Vinci, appunto la Monna Lisa.

Il nome di Bruno Abbatini probabilmente non risveglia nessun ricordo nei tifosi della Roma. D’altronde il nativo di Genzano, dopo aver giocato nell’Ostia Mare e nel Tevere Roma, è stato acquistato dalla Roma nella stagione 1961-62, ma ha giocato appena 2 partite. Vale comunque la pena ricordarlo per il duplice modo in cui veniva chiamato: “Schiccherò” e “Sinistro proibito”. Entrambi gli epiteti, come giusto che sia, esaltano la sua qualità principale: il gran piede sinistro capace di generare vere e proprie “schicchere” – che in gergo romano indicano tiri di grande potenza.

“MALDINI DE NOANTRI”

Dal 1961 al 1969 poi c’è stata una figura di riguardo nella difesa di quella Roma non esaltante degli anni ’60. Francesco Carpenetti è stato un terzino molto dotato fisicamente, che ha fatto delle sue qualità fisiche un cavallo di battaglia e che gli ha consentito di giocare 127 partite in maglia giallorossa. Il soprannome oscilla tra la nobiltà e l’ironia: “Maldini de noantri”, in riferimento a Cesare Maldini, terzino storico del Milan di quegli anni. A Roma non c’era Maldini, ma Carpenetti sì. 

Alzi la mano chi si ricorda di Luis del Sol. Lo spagnolo è stato una delle personalità più importanti della Spagna calcistica degli anni ’60 e ha militato per 8 stagioni nella Juventus. Poi il passaggio biennale – dal ’70 al ’72 – alla Roma. Un vero motorino del centrocampo che si conferma anche nella capitale su livelli di gioco elevatissimi. Con il suo impegno ottiene subito la simpatia dei tifosi giallorossi. Due erano i soprannomi che gli furono attribuiti a quel tempo: il “Postino”, per via del suo lavoro puntuale e metodico in mezzo al campo, e “Lo Zingaro” – soprattutto gli amici lo chiamavano così – per via dei suoi lineamenti.

Per concludere la triade, impossibile non citare Massimo Agostini, che dal 1986 al 1988 ha giocato con la Roma. Di ruolo era attaccante, ed è sbarcato con la nomea di “Condor” sulle spalle. La sua abilità di segnare gol di rapina, di puro opportunismo era il suo forte. Ma in 40 partite di reti ne ha segnate 6. Non proprio numeri da predatore.

“ER MOVIOLA” E “TARZAN”

Nessuno può dimenticare Jorge Luis Andrade da Silva, noto a tutti come Andrade. È arrivato a Roma nell’estate del 1988 ma è come se non fosse mai davvero arrivato, perché di presenze ne gioca appena 9 ma ne bastano molte meno per capire il suo scarso livello. E pensare che doveva essere l’erede di Falcao, l’uomo di centrocampo attorno al quale veniva plasmata la squadra. Invece sarà per sempre ricordato come “Er moviola”. Lento, pastoso, compassato. Indimenticabile, ma a modo suo.

Ha giocato per due anni a Roma anche Claudio Caniggia, ottima ala – tanto da aver collezionato 50 presenze con la nazionale argentina – ma soprattutto ricordato per esser risultato positivo al doping quando giocava nella Roma, con conseguente squalifica di 13 mesi. Perciò di quei 2 anni giocati nella capitale, uno lo vive lontano dal campo. Il suo soprannome però, che gli è stato dato nel River Plate in Argentina, è “Pajaro”, che in italiano significa uccello. Questo per la sua capacità di corsa e di dribbling sulla fascia.

Come dimenticare poi Enrico Annoni? Tre anni, dal 1994 al 1997 giocati con i colori giallorossi. La storia del suo soprannome è controversa, perché di lui è stata esaltata una parte del corpo che col tempo è stata soggetta a variazioni: i capelli. ChiamatoTarzan” al Torino per via della chioma lunga, liscia e fluente, nelle 3 stagioni romane è stato meno Tarzan, perché di capelli ne aveva ben pochi.

Chiudiamo infine con Antonio Chimenti, portiere dal ’97 al’99 il cui soprannome è stato coniato da Totti in persona. Anche qui c’entrano i capelli, anzi l’assenza di capelli, che gli è valsa il nome di Zucchina”, per via del cranio riflettente. Non sarà entrato nella storia della Roma per meriti sportivi, ma almeno ci ha strappato un sorriso.
E in questo periodo vale più di un gol.
O di una parata, nel caso di Zucchina Chimenti.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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