diawara

Amadou Diawara, l’imprescindibile

1° luglio 2019: la Roma ufficializza il passaggio di Manolas al Napoli e contemporaneamente dà il benvenuto ad Amadou Diawara, inserito nell’affare come contropartita. Nonostante si tagli le vacanze pur di mettersi a disposizione della Roma il prima possibile, il suo arrivo nella Capitale non è dei più semplici, anzi. Tra i tanti nuovi acquisti criticati ancor prima di poter indossare la maglia della Roma, fosse anche nella classica amichevole estiva contro la squadra della parrocchia di turno, il guineano è uno di quelli accolti con maggiore scetticismo. Gran parte del problema deriva dall’essere la pedina di scambio in un’operazione che praticamente tutti reputano scandalosa, mentre il resto lo fanno i suoi trascorsi poco felici all’ombra del Vesuvio. Tra infortuni e Maurizio Sarri, in maglia azzurra Diawara colleziona appena 49 presenze e 1 gol in tre stagioni. A sentire esperti o presunti tali, decisamente troppo poco per essere un profilo “da Roma”. Figurarsi, poi, la storiella di Fonseca che lo richiede esplicitamente perché rimasto impressionato dalle sue qualità in un Napoli-Shaktar di Champions League. Una velina, informazione di regime, si dice.

Diawara ci mette un bel po’ a ingranare. Sarà forse per il peso del numero di maglia del fu N’Zonzi, ma le prime uscite estive del mediano non impressionano di certo. In più, Diawara non è certo la prima scelta di un centrocampo in cui figurano i vari Veretout, Cristante e Pellegrini. Insomma, si continua a parlare di lui come del più classico pacco napoletano, lo scarto rifilato alla Roma in cambio di uno “sconticino” su Manolas. Nell’incerto avvio di stagione dei giallorossi, Diawara deve accontentarsi di giocare il recupero del derby, alla seconda giornata, per poi guardare dalla panchina le tre partite successive. Il guineano debutta da titolare nella sofferta vittoria di Lecce, poi l’onda anomala di infortuni che travolge la rosa della Roma si porta via anche lui. Quando, alla mezz’ora del primo tempo della sfida contro il Cagliari, si accascia tenendosi il ginocchio sinistro, il pensiero di tutti i romanisti corre veloce ai guerrieri delle più famose guerre religiose medievali. Invece, per fortuna, Diawara rimedia “solo” una lesione al menisco. Operato, rientra dopo oltre un mese, giocando diciannove minuti nella disgraziata trasferta di Parma. Benedetta come poche altre volte, arriva finalmente la seconda sosta del campionato. Difficile dire cosa accada a Trigoria in quelle due settimane. Di certo c’è solo la mancanza di centrocampisti a disposizione di Fonseca, che, giocoforza, deve puntare sul giovane Amadou. Il 24 novembre, contro il Brescia, torna titolare in mediana accanto a Veretout. Da quel giorno, la Roma gioca 11 partite senza mai rinunciare ad Amadou Diawara, neanche a gara in corso.

Partita dopo partita, prestazione dopo prestazione, il guineano si prende la Roma, trasformando le veline estive in calcio-verità. Sfoggiando una naturalezza inquietante per uno della sua età, si dimostra uomo di Fonseca più di chiunque altro. D’altronde, il tecnico portoghese sembra cucirgli addosso il ruolo di mediano. In una manciata di partite, Amadou Diawara diventa un vero cardine della Roma. L’articolata manovra giallorossa passa invariabilmente per i suoi piedi. È lui ad abbassarsi tra i centrali per impostare l’azione, è lui a fare filtro, a recuperare e ripulire palloni da infilare in verticale appena si apre una fessura tra le maglie avversarie. Tranquillo al limite dell’indifferenza, Diawara si assume tutti i rischi di subire il pressing alto, ma difficilmente fa scelte che complicano la vita ai suoi compagni. Quando ci si appoggia a lui, la Roma esce dalla trequarti con ordine e pulizia. In tal senso, Diawara incarna perfettamente la pazienza che dovrebbe contraddistinguere il gioco della Roma. Quella pazienza che può facilmente diventare frustrazione se non si trova la combinazione della cassaforte avversaria. Oppure trasformarsi in pigrizia, rallentando la velocità di pensiero come accaduto a Veretout contro la Juventus. Non esiste controprova, ma chissà cosa sarebbe successo se a gestire quel pallone, invece del francese, ci fosse stato il guineano. Con la sua pazienza e le sue geometriche visioni.

Diawara è un ragazzo di neanche 23 anni che gioca come se ne avesse dieci di più. Come se avesse già passato una vita a contrastare avversari e distribuire palloni. Se non fossero così noiose, ci sarebbero da snocciolare infinite percentuali positive su passaggi completati, intercetti e contrasti a partita. Numeri che confermano senza ombra di dubbio l’importanza di Amadou Diawara nell’economia della squadra giallorossa. Il calcio, però, non è fatto solo di numeri. È fatto anche e soprattutto di storie. Umane, ancor prima che sportive. Succede così che un’operazione unanimemente giudicata dannosa per la Roma diventi catastrofica per il Napoli. Mentre la nave azzurra affonda con Manolas al timone, la Roma tiene il ritmo Champions con Diawara protagonista assoluto. Poi non tutte le storie hanno il lieto fine, ed è ancora presto per dare un giudizio definitivo su questa. Eppure vale la pena raccontarla. Perché è una storia di rivincita di un ragazzo liquidato troppo velocemente come un bidone, uno scarto, una cambiale. Amadou Diawara non è niente di tutto questo. È un calciatore con pregi e difetti, con limiti intrinseci e margini di miglioramento, come tutti. Ma è anche un ragazzo capace di prendersi la Roma in un paio di mesi. E questo non è da tutti.

Amo la Roma e l'informazione fatta bene. Per questo vorrei fare bene informazione sulla Roma.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *