AS Roma: un esempio contro il razzismo

Nello spettacolo sportivo più bello che l’Italia sappia offrire, nel 2019, si sta affrontando ancora il problema razzismo. Specchio della condizione morale e culturale del Bel Paese, il calcio sta in questi giorni avendo a che fare con una questione che le istituzioni hanno da sempre rimandato, senza mai voler dare risposte definitive. In questa situazione paradossale, tra silenzi sconcertanti e imbarazzanti giustificazioni, tra uscite infelici e frasi violentemente offensive, gli organi a capo del movimento calcistico hanno raccolto negli anni gaffe orrende, facendo sentire gli stupidi in diritto di comportarsi come tali. Chi doveva arginare il problema, insomma, si è voltato dall’altra parte o, peggio, ha aggravato la situazione. Non tutti, per fortuna, hanno gestito la questione allo stesso modo. La Roma americana è da anni ormai una società esemplare, che si batte per battaglie che lo sport dovrebbe far sue, ma che invece finisce per generare.

IL CASO LUKAKU

Nei primi due mesi di campionato, in una situazione di delirio generale, nel calcio italiano abbiamo assistito a diversi episodi di razzismo, gestiti, quasi tutti, in maniera imbarazzante. Il primo settembre a Cagliari arriva l’Inter che vince 2-1 grazie al gol vittoria di Lukaku, che deve però subire gli ululati e i buu del pubblico di casa. Le reazioni, a caldo sono un susseguirsi di uscite a vuoto. A rispondere per primo all’episodio increscioso è il Cagliari stesso. La società, però, nel prendere le distanze dal fatto e nel condannarlo, sente l’esigenza di sminuire l’episodio, sottolineando, anche se non ce n’era assolutamente bisogno, come fossero solo “sparuti” tifosi. Ma non è finita qui. Con una lettera imbarazzante la curva Nord interista risponderà al fenomeno belga due giorni dopo, sostenendo che gli insulti sulla pelle in uno stadio ci stanno, perché sono fatti solo per deconcentrare gli avversari e non per discriminarli. Ci chiediamo, allora, perché non si indichi un asino che vola per distogliere l’attenzione di un calciatore avversario.

“Quando dichiari che il razzismo è un problema che va combattuto in Italia, non fai altro che incentivare la repressione di tutti i tifosi inclusi i tuoi e contribuisci a sollevare un problema che qui non c’è o quantomeno non viene percepito come in altri stati.”

Nel comunicato Lukaku viene fatto passare addirittura per colpevole di contribuire a incentivare una repressione nei confronti dei tifosi. Delirante.

Lo stesso giocatore è stato poi vittima di un altro grave episodio. Pochi giorni dopo, su TeleLombardia, l’opinionista Luciano Passirani parlando di Lukaku ha detto:

“Nell’uno contro uno Lukaku ti uccide. Se gli vai in contro cadi per terra. O hai dieci banane da dargli da mangiare o non c’è niente da fare. “

Almeno qui, però, l’episodio è stato punito. Il direttore della rete ha immediatamente licenziato l’opinionista, delle cui opinioni avremmo fatto tutti volentieri a meno. La frase ha portato alla memoria un’uscita simile dell’allora presidente della FIGC Tavecchio. E già il fatto che un presidente possa dire cose del genere dà il polso della situazione.

IL CASO BALOTELLI

Lo scorso 3 novembre, al Bentegodi, si è scritta l’ennesima pagina di vergogna del calcio italiano. Mario Balotelli, ospite col suo Brescia dell’ Hellas Verona, stanco degli ululati, scaraventa il pallone in tribuna. L’arbitro sospende la partita e fa richiamare i tifosi dallo speaker. La partita continua, le polemiche anche. Il peggio, infatti, riguarda le reazioni che l’evento genera. In un paese normale, chi ha insultato sarebbe punito, chi ha subito sarebbe tranquillizzato e protetto, la società padrona di casa allontanerebbe i “tifosi” rei degli ululati e condannato il gesto. Ma è evidente che questo non è un paese normale. Il tecnico del Verona Juric e il presidente Setti negano di aver sentito gli ululati e sostengono che quello non sia razzismo. A schierarsi contro Balotelli addirittura consiglieri comunali della città veneta che hanno presentato una mozione in comune chiedendo al sindaco di denunciare Balotelli. Il calciatore avrebbe, secondo loro, generato col suo atteggiamento una spirale di attacchi e diffamazioni nei confronti della città. Ancora una volta la vittima viene trattata da carnefice.

A peggiorare le cose, l’intervento di uno dei capo-ultrà della curva scaligera. Secondo Luca Castellini, uomo che esalta Hitler e accusa gli ebrei di governare il mondo, Balotelli ha colto l’ultima occasione della sua carriera (secondo lui in declino) per fare una sceneggiata a Verona. Anche qui i cori vengono definiti “goliardici”. Secondo il coordinatore di Forza Nuova quei cori hanno solo l’obiettivo di scagliarsi contro un avversario sportivo, e che non ci sia alcunché di razzista.

“C’era un altro “ne**o” in campo domenica: il nostro, un diciottenne che ha giocato da migliore in campo, ha segnato ed è stato applaudito da tutto il Bentegodi, dando una sonora lezione a quell’altro “ne**o”, calcisticamente ed umanamente finito”

Il delirio chiude infine con il suo giudizio netto, secondo cui Balotelli non sarà mai un vero italiano, ma solo un uomo con la cittadinanza italiana.

Il Verona ha emesso allora un comunicato nei confronti di Castellini sospendendolo dalle sue partite fino al 2030. Un atto più che dovuto.

L’intervista di La7 a Castellini. Un’intervista che non avremmo mai voluto sentire.

C’É CHI DICE NO

In questa nube nera e tossica, però, ci sono eccezioni che tengono ancora viva la fiamma della speranza. La Roma e la sua gestione di questi delicati argomenti e questioni sociali ci riempiono di orgoglio e di fiducia, come uomini prima e come tifosi poi. Dopo la partita contro il Genoa Juan Jesus era stato preso di mira sui social da un “tifoso” che lo aveva pesantemente insultato. “Stai meglio al giardino zoologico li m… tua”, “Maledetto scimmione” , sono alcune delle frasi che il difensore brasiliano ha dovuto leggere. Prontamente, però, Jesus ha segnalato il fatto alla società, chiedendo di intervenire. L’A.S. Roma, di conseguenza ha segnalato il profilo alla polizia e ha daspato a vita il razzista dalle sue partite. Quello che nessuno prima di allora aveva avuto il coraggio di fare. A nulla è servito il goffo tentativo del tifoso nei giorni successivi di far passare la scusa dell’ account rubato.

Il comunicato della Roma, severa e decisa nell’affrontare la situazione. 

ASPETTANDO IL LIETO FINE

Nella speranza che questi comportamenti vengano superati, possiamo solo augurarci che le istituzioni provino ad arginarle e a condannarle. Ci aspettiamo, pertanto, comportamenti meno negazionisti e più severi. Speriamo che possano cessare gli atteggiamenti di difesa nei confronti di chi sbaglia. Vogliamo, insomma, che le società di A si schierino dalla parte giusta, al fianco della Roma. Perché in questa vicenda una parte giusta c’è, e nessun discorso, nessuna costruzione della realtà di chi si arrampica sugli specchi pur di non chiedere scusa, può essere accettata. Affinché non ci saranno altri Zoro, Dalbert, Lukaku, Balotelli o Jesus. Affinché non si senta più negli stadi e per strada che uno non è italiano perché diverso. Attendendo il giorno in cui farà più scalpore un episodio di razzismo che un rigore non dato, chiediamo quindi di essere uniti in questa battaglia. E alle istituzioni di essere decise.

Perché il razzismo non c’entra niente col calcio.

Niente con la vita in generale. 

Nato nel 1997 lontano da Roma, ma con la Roma nel cuore. Studente di lettere. Amo lo sport in ogni sua forma.

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