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Daniele De Rossi: la fine di un’era, ma non di un amore

Quando un calciatore chiude con il calcio giocato è sempre qualcosa di particolare sia per lui che per la sua famiglia. Passare una vita con il pallone tra i piedi in ambito professionistico rendendolo un lavoro è un privilegio per pochi eletti, per pochi sognatori.

C’è chi sin da piccolo culla questo sogno con così tanto fervore che alla fine riesce a portarlo a compimento rendendolo realtà.

Qui c’è la storia di un bambino di Ostia che passava le giornate al mare ascoltando il rumore delle onde immedesimandole in quelli che sarebbero diventati gli applausi, in futuro, dei suoi tifosi.

Qui c’è la storia di un bambino che correva sulla sabbia immaginando che quella stessa apparente fatica sarebbe stata in futuro rappresentata da un manto erboso pronto a trascinarne sogni e speranze.

Quel ragazzino era Daniele De Rossi, quello che sarebbe divenuto uno dei calciatori più importanti della storia della Roma.

Spesso in campo ci si innamora dei classici numeri 10, di quei calciatori che vanno in rete e che con passaggi filtranti rendono possibili anche le cose impossibili.

Qui però parliamo di altro, qui parliamo di un calciatore che si è fatto amare sin da subito grazie alla sua grinta, alla sua voglia assetata di sradicare i palloni dai piedi degli avversari.

Sì, perché a noi Daniele De Rossi ce faceva fomentà.

Il suo voler a tutti i costi vincere senza mai mollare, il suo esultare con tutto il cuore ad ogni gol e ad ogni vittoria della sua Roma era un qualcosa che ti entrava dentro.

Un amore viscerale all’ennesima potenza, era come uno tsunami di emozioni che si scagliavano con passione sui tifosi, sulla curva sud, pronta a raccoglierne violenza e passione.

Dagli spalti non passava inosservato il suo attaccamento alla maglia come non passava inosservato il bacio che ogni volta dedicava a quella lupa capitolina in petto che per lui rappresentava tutto.

La famiglia, l’amore, l’adolescenza, il sogno, il dolore e la passione.

Sì perché la Roma per lui era tutto questo, il calcio per lui era sacrificare una carriera per un qualcosa di più grande di un trofeo, più grande dei soldi e più grande di ogni altra cosa.

Roma era casa sua e i tifosi erano i suoi fratelli, quegli stessi fratelli che oggi sognano di ospitarlo in curva sud, quegli stessi fratelli che quando lui decise di andare a chiudere la carriera con il Boca Juniors lo accompagnarono all’aeroporto perché un fratello non si abbandona. Un fratello non si lascia mai solo

De Rossi è stato tutto, è stato sangue e oro.
De Rossi è stato fuoco e tempesta,inferno e paradiso.

Oggi con la fine della sua carriera si chiude un cerchio, quello che ci ha visti amare eternamente un calciatore che ha rappresentato il Romanismo e che mai verrà dimenticato perché chi per la Roma lotta e ama, chi per la Roma sacrifica una carriera non può essere uno qualunque.

Non può essere uno dei tanti.
Non può essere uno normale.

Il nostro numero 16 nei cuori della gente resterà sempre quel pazzo che correva ad abbracciare la curva dopo una rete e che nella sua ultima gara all’olimpico si è inginocchiato davanti alla sua gente perché Daniele

è uno de core,
è uno che ama,
è uno da Roma.

“L’amore, come la morte, cambia tutto”.-
-K. Gibran-

de rossi

Classe 1987. Romano di Roma e tifoso della squadra che porta il nome della città eterna deve a suo nonno l'amore per questi colori. Ha collaborato per ilrompipallone.it e per sportiamo.biz. Diploma di maturità classica, svolge il ruolo di tecnico di manutenzione presso l'istituto superiore di sanità a Roma.

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