Forse ho capito chi era Falcao

Io, Paulo Roberto Falcao, non l’ho mai visto giocare. Ma non me ne faccio una colpa, e prego voi di fare altrettanto, perché se lui il 10 agosto 1980 sbarcava per la prima volta nella città eterna, a me mancavano ancora 21 anni prima di vedere la luce. E se nel 1985 salutava Roma e la Roma dopo averle arricchite entrambe con la sua personalità, io dovevo ancora farne di strada prima di lanciare il primo grido. E dovevo farne ancor di più prima di amare. La prima volta che ho amato davvero, al collo avevo una sciarpa giallorossa – di quelle acriliche che pungono – in testa un berretto nero col pompon e la lupa stilizzata marchiata sulla fronte, e una maglia troppo grande“così quando cresci ti entra ancora”– che mi abbracciava il busto. E tutto intorno c’erano cori e colori, sorrisi e un amore troppo grande per essere condensato sotto forma di parole.

Però no, io Paulo Roberto Falcao non l’ho mai visto giocare. O almeno non in diretta, sia chiaro, perché di video che ritraggono le sue gesta ne ho visti abbastanza. Abbastanza ma non a sufficienza, perché ho capito che uno come lui è troppo grande per un video. Ma anche per due, tre, quaranta video: è così superiore a tutto ciò che gli sta attorno che quasi si confonde. Era ammaliante. Anzi è ammaliante, è ingiusto usare l’imperfetto, perché forse la sua grandezza è stata proprio quella di conservarsi eternamente Divino in quelle pellicole d’epoca.

L’OTTAVO

Quindi io Falcao l’ho studiato ma non l’ho vissuto, e la differenza è enorme. Però provo a vedere il bicchiere mezzo pieno e sfruttare questa carenza come un vantaggio, per rivivere con occhi distaccati e consapevoli quello che ha rappresentato per un’intera città. Per dare così vita a una visione soggettiva ma differente, la visione di un 18enne che si emoziona per delle pellicole sporche e ingrigite dal tempo, che ha travolto tutto ma non la sua eternità.

È stato l’Ottavo Re di Roma, perciò, Paulo Roberto Falcao. E se è stato soltanto l’Ottavo è frutto di una questione anagrafica e niente più, perché sennò la sua prospera chioma sarebbe stata coperta da una corona d’alloro in ben altre epoche. Vederlo camminare, dialogare e correre accanto ad altri compagni e avversari, vederli sullo stesso campo di gioco, non lo rende meno ultraterreno. La sua aura superiore emerge da ogni minimo atto che compie.

Quando parla lo fa con lucidità e calma, con un tono pacato e persuasivo, quasi ipnotico: staccare gli occhi da lui è impossibile. Quando cammina invece lo fa come gli altri, solo meglio. Non c’è un elemento visibile che lo rende migliore degli altri, semplicemente lo è in quanto Falcao. E quando corre spazza via ogni dubbio sulle sue origini da nobiltà dell’Olimpo: il numero 5 che gli accarezza la schiena, i capelli che danzano al ritmo della sua corsa meditativa, le maniche lunghe sempre tirate a tre quarti – forse un gesto involontario, forse una superstizione – la sua postura sacra, sacerdotale. Tutto in lui emana un candore innaturale. Una personalità magnetica che richiama tutti a sé, che fa roteare ogni cosa attorno alla sua orbita ma senza aprire bocca, senza richiedere né ordinare, non ce n’è bisogno. Falcao è stato la rivoluzione copernicana della Roma.

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Il suo essere Copernico ha rivoluzionato la Roma prima ancora che vestisse la maglia giallorossa. Non c’è altra spiegazione, sennò, per l’invasione di 6.000 tifosi romanisti a Fiumicino il 10 agosto 1980, quando Roma d’agosto dorme un sonno sacro che nessuno può osare interrompere. Nessuno che non sia Falcao.

Perché la religione non va mai in villeggiatura e una divinità è sempre tale anche quando è camuffata da essere umano. Falcao è diventato il “Divino” col tempo, ma divino lo è sempre stato. Dal primo momento, da quando è stato sommerso all’aeroporto dai tifosi in un bagno di amore laico – forse blasfemo – tutto dedicato a lui, che aveva le scarpe lucide e il vestito elegante cucito su misura. E quell’abbraccio tra sacro e profano lo ha fatto innamorare subito.

Non era Zico, non era Prohaska, non era Platini. Era Falcao e lo sarebbe stato per sempre, solo che al momento dell’atterraggio nessuno lo sapeva – tutti lo speravano – ma nessuno lo sapeva. Nessuno che non fosse Falcao, ovviamente. Veniva dal Porto Alegre ed era il primo straniero acquistato dalla Roma dopo la riapertura delle frontiere. Di lui non si sapeva molto, se non che non era Zico, non era Prohaska né Platini e che non era un brasiliano da samba e da palleggi in riva al mare, quanto più uno riflessivo da lento e da allenamento al muro per perfezionare la tecnica.

Quella che all’inizio era la sua debolezza – essere il meno brasiliano del Brasile – è stata la sua forza. Aveva un’intelligenza educata, che gestiva in ogni occasioni e che utilizzava per costruire e non per distruggere. Non aveva bisogno di nascondere le insicurezze in stagnanti giochi di prestigio. Il suo calcio era un oceano senza limiti. Le sue finte erano minime e proprio per questo rendevano al massimo. Erano micro movimenti dell’anca, erano sguardi, pensieri sublimi. E lui si è sublimato, un giorno, con la maglia della Roma. Quando contro la Fiorentina ha regalato il gol a Pruzzo con un colpo di tacco volante senza nemmeno guardare. Là dove gli occhi non arrivavano e dove la mente umana non vedeva, Falcao ha creato.

COMANDARE

Vederlo giocare fa impressione. Anche oggi, a 40 anni di distanza, con il ruolo di centrocampista che si è evoluto cambiando radicalmente. Lui era così avanti da essere futurista anche oggi: lo sarà per sempre. Sembrava che avesse una doppia visuale, come in un videogioco. Una dal campo e una dalla tribuna, che gli consentiva di osservare e prevedere per anticipare non solo le azioni, ma anche i pensieri avversari.

In campo faceva ciò che voleva. Era così forte da poter giocare ovunque, anche da centravanti in una partita cruciale contro la Juventus l’anno dello scudetto. La Roma ha perso quella partita ma lui ha segnato un gol di testa da attaccante vero come se fosse la cosa più naturale.

Però era un campione soprattutto dentro gli spogliatoi. La sua mentalità e il suo carisma traspaiono in ogni sua intervista, e ce n’è una più di qualunque altra che lo rappresenta. Quella della settimana seguente alla sconfitta contro la Juventus, quella stessa in cui aveva fatto un gol da numero 9.
L’ambiente era atterrito e preoccupato, rassegnato a vedersi sfuggire l’ennesimo scudetto dalle mani a un passo dal successo. E allora Falcao fa ciò che un Re e una divinità devono fare: si mette a capo di tutti, e decide.

Decide di fare un’intervista televisiva nella qualche afferma che sì, “la Juventus crede nello scudetto, ma noi di più. Siamo 3 punti avanti e saranno abbastanza per vincere lo scudetto”. Poi la domenica dopo segna e fa vincere la Roma contro il Pisa. La Roma quello scudetto lo vince. Come profetizzato da Falcao. Che probabilmente, come accadeva quando era in campo, l’aveva già visto dall’alto.

IL CIELO NON HA LIMITI

Falcao c’è sempre stato. In quei 5 anni romani, c’è sempre stato. Nel bene e anche nel male. Ma anche le divinità possono fallire, piangere, sanguinare. Falcao c’è stato a Como, il giorno del suo esordio e c’è stato a Genova quando abbiamo vinto lo scudetto. Ma anche nei derby, contro l’Inter e contro la Juve, a Pisa, contro il Dundee e sì, anche contro il Liverpool. Nella serata più triste della storia della Roma lui c’era, nonostante tutto. Anche se quella forse è stata l’ultima vera volta in cui c’è stato il Divino.

Ma con il suo essere ha fatto sì che Divino resterà per sempre e che la corona d’alloro non gliela toglierà mai nessuno.
Perché il cielo è stato suo ogni volta che segnava, che correva lungo la pista d’atletica dell’Olimpico per correre verso il pubblico e poi saltava, come se richiamato da una forza superiore a tornare a casa.
Con il pungo destro verso l’alto, la manica destra tirata su, la bocca spalancata e la maglia della Roma indosso, ha abbracciato il cielo tante volte.
E continua a farlo oggi, in quei video logori e ingrigiti che vedo, cercando di capire chi era Falcao.
Io non l’ho mai vissuto.
Ma l’ho visto diventare divinità e re in terra innumerevoli volte.
Etereo come sempre.
Eterno per sempre.
Forse ho capito chi era Falcao.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

One Comment

  1. Pietro Piacentini Reply

    Caro lupacchiotto..ho letto tutto quello che hai scritto sul divino, condivido tutto ma io quel giorno on curva sud c’ero…..rifiutarsi di tirare il rigore nella finale col Liverpool per me è stata una coltellata al petto….una macchia gravissima e nn riuscirò mai a cancellarla….per questo nn mi sentirò mai di osannarlo…..forzaromasempree

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