Foto eterne – L’infinito di Di Bartolomei

Per scrivere la storia basta poco. Basta un passaggio di Falcao, un tiro da fuori area di Di Bartolomei, delle braccia al cielo, un urlo struggente e una fotocamera che immortali quel pugno di secondi trasformandoli nell’eternità. Basta davvero poco, a pensarci bene.
Qualcuno ha ancora nelle orecchie il boato che si era generato in quel momento. Qualcun altro ricorda l’abbraccio con chissà qualche sconosciuto allo stadio, altri magari non ricordano nulla perché ancora non erano nati, ma a guardare quella foto si emozionano comunque.

Una foto. Davvero una foto può scatenare questo tipo di emozioni, questo infinito effetto a catena? Davvero un attimo catturato e cristallizzato su una macchinetta fotografica è in grado di restare eterno? La risposta è affermativa. 
Per scrivere la storia basta poco.
Per fotografarla ancora meno.

1 MAGGIO 1983

C’è una storia dietro a quella fotografia. La storia dietro alla storia. Un’infinita concatenazione di eventi culminati in quell’abbraccio che è stato lo sconfinamento in una realtà che con la razionalità ha ben poco da condividere. 

Era il 1 maggio 1983 quando allo Stadio Olimpico sacro e profano si sono uniti in un abbraccio intimo, che non tutti riescono a cogliere fino in fondo, ma che se capito fa venire i brividi anche a 37 anni di distanza. A Roma era ospite l’Avellino, squadra in lotta per la salvezza – che alla fine otterrà – alla disperata ricerca di punti. D’altronde il tempo stringeva: mancavano solo tre partite al termine del campionato 1982-83. Alzando lo sguardo poi, praticamente al capo opposto della classifica, in testa, il primo nome che compariva era proprio quello della Roma. Gli uomini di Liedholm avevano 3 punti di vantaggio sulla Juventus ed erano ad un passo da un sogno chiamato scudetto.

Ma un sogno resta tale anche a pochi centimetri dall’arrivo, perciò era vietato abbassare la guardia. Troppe volte nella corsa verso la felicità il popolo giallorosso è stato inghiottito all’ultima curva. E così quel 1 maggio 1983, festa dei lavoratori – e a fine partita anche dei romanisti – l’aria era carica di emozione già in partenza.
Sulle tribune c’erano circa 55.000 anime urlanti che soffiavano il loro amore, battevano sui tamburi e si preparavano inconsapevolmente a vivere l’infinito.

Che ancora si staglia lì, in quella foto bidimensionale.

PIOVEVA

Quel giorno pioveva, allo Stadio Olimpico. Pioveva sugli spalti, sul terreno, sui giocatori, e pioveva anche su Agostino. Pioveva soprattutto su Agostino Di Bartolomei. Gocce spesse, pesanti, di quelle che sfocano la vista e rendono difficile giocare. I capelli giocciolavano, le macchie sulla maglia erano diventate un’unica enorme chiazza scura e il campo si appesantiva. Ma tutto si chiariva nella mente di Di Bartolomei.

Non ci ha messo poi così tanto in fondo a compiere il suo destino, a raggiungere il cielo e anzi a mischiarsi con lui, a diventare lui stesso una pioggia di felicità che non si può arginare, che non si vuole arginare, perché nessuno vuole porre un freno alla felicità. 
L’abbiamo già detto: sono le piccole cose che scrivono la storia. E allora un pallone confusionario in area trova fiato tra i piedi di Falcao, che aveva il tocco palla dei visionari e la mente dei rivoluzionari, e che invece di guardare verso la porta avversaria ha guardato dall’altra parte. Perché là dietro c’era Agostino, in una bronzea attesa di compiere il suo destino. La palla si è adagiata per una frazione di secondo sul suo piede destro e poi è finita in fondo alla rete. Un tiro perfetto da fuori area. 2-0 Roma. La Roma ha vinto. La partita, il campionato. Non è quello il gol della matematica, ma questo momento di razionale ha ben poco.

LA FOTO

E poi l’esultanza. Una corsa scomposta, rabbiosa, carica, elettrica. Un passo a destra, uno a sinistra, e ancora destra, sinistra e così via. Poi si piega. Su se stesso, sulle sue ginocchia, ma senza guardare giù. Probabilmente senza neppure avere gli occhi aperti. Più che esultare sembra in una trance spirituale. Forse è proprio così. E urla, intanto. Un urlo secco, profondo, liberatorio, che vale più di un sorriso, specie per uno come lui. 

Tocca l’infinito per qualche attimo. Poi arriva Ancelotti, si butta su di lui e si aggrappa ad Agostino, e Agostino si aggrappa ad Ancelotti, in quel matrimonio col sublime che per sempre sarà immortalato in questa foto. Si unisce al cielo, al prato, alla pioggia, al vento, alla gioia, ai tamburi, agli applausi, alle lacrime. I cuori battono e la terra trema. Il cielo piange pioggia perché voleva entrare anche lui nella foto, non poteva perdere un’occasione così irripetibile.

E tutto è in armonia.
Tutto è Agostino.
In quel momento così unico da essere diventato infinito.
In quei pochi secondi così intensi, da essere diventati eternità.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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