Il rilancio di Perotti: tra infortuni, ruolo e Fonseca

L’operato di Monchi con la Roma si è ufficialmente concluso lo scorso 8 marzo, eppure la mano dello spagnolo continua a scrivere il presente dei giallorossi. Questo è perché il passato operato dello spagnolo ha forti ricadute sull’attualità. Gli innumerevoli errori del direttore sportivo non sono svaniti con il suo allontanamento dalla società, ma sono rimasti a pesare enormemente sul bilancio della Roma.
E per far tornare i conti ed allestire una rosa all’altezza e che soprattutto rispecchi l’idea di Fonseca, Gianluca Petrachi dovrà fare gli straordinari. In entrata sono comparsi volti lieti, tutti adatti al gioco dell’allenatore portoghese, che mischiano esperienza e gioventù, proprio come professato da Petrachi stesso nella conferenza stampa di presentazione.

Prima di concludere il mosaico però, inserendo i tasselli rimanenti con cura e attenzione, bisognerà sfoltire la rosa e liberarsi dei pesi. Paradossalmente questo è l’aspetto più complicato del mercato, perché per comprare ci sono infinite vie, ma vendere chi è ai margini della squadra a un buon prezzo è un esercizio che riesce a pochi.
Nzonzi, Gonalons e Defrel sono i primi di cui ci si vorrebbe liberare; poi c’è Dzeko a un passo dall’addio, Schick che a fronte di un’offerta che non faccia registrare minusvalenze (il che è arduo) partirebbe senza dubbio; Olsen che se solo venisse concretamente cercato da qualcuno verrebbe ceduto seduta stante e qualche altro esubero minore da piazzare qua e là.

E poi c’è Perotti, che naviga nella terra di mezzo. Tra la Roma che non si opporrebbe a una sua cessione e lui che vuole rimanere. Tra i dubbi sulla sua condizione atletica e le qualità indiscutibili. L’uomo dallo sguardo di ghiaccio e dal passo felpato è a un bivio.

Roma

PASSATA STAGIONE

La passata stagione è stata negativa. Niente di clamoroso, dato lo status medio delle prestazioni della Roma, solo che Perotti è stato quasi da senza voto. Non tanto per la qualità delle prestazioni in campo, bensì per la quantità. In totale sul rettangolo verde è figurato per soli 811 minuti, equivalenti a 9 partite giocate integralmente. Se il dato viene comparato alle partite disputate dalla Roma, ovvero 48 , si capisce immediatamente che l’argentino ha raccolto solo le briciole. Alle base di tale minutaggio però non c’è alcuna scelta tecnica né tattica, ma fisica. Di certo El Shaarawy ha giocato un’ottima stagione e non sarebbe stato facile sottrargli il posto da titolare, ma Perotti in condizioni fisiche ottimali ha già dimostrato di saper dare battaglia al Faraone. Ma purtroppo questo dualismo non è mai esistito.

6 infortuni arrivati in momenti diversi della stagione lo hanno costretto a saltare 24 partite e lo hanno inevitabilmente limitato nelle poche uscite stagionali. Dopo l’infortunio alla caviglia che lo ha tenuto fuori tra agosto e settembre, è tornato in campo con il Bologna: 90 minuti in campo e di nuovo out. Stavolta è stato il bicipite femorale a fermarlo per un paio di partite. Al momento del rientro il polpaccio ha fatto capricci e lo ha allontanato dal campo per molto tempo. E così per tutta la stagione, senza mai trovare una stabilità fisica.
Nella stagione da quasi 50 infortuni muscolari per la Roma, un giocatore come Perotti, che già in passato aveva dimostrato di essere fragile, è stato condannato a soffrire senza tregua per tutto l’anno.

Quel poco che si è visto, quando la condizione atletica lo permetteva, ha messo in luce il solito Monito capace di cambiare le partite con la propria tecnica pregiata. I 5 gol messi a segno, con media di 1 ogni 162 minuti, sono un dato da non sottovalutare, soprattutto per uno come lui poco abituato a segnare. 3 reti sono arrivate su rigore, ma l’argentino ha dimostrato un’atipica freddezza sotto porta, come confermato dal dato che lo vede aver segnato 1,38 reti in più rispetto agli excpected goals.

Per contestualizzare, nelle due stagione precedenti a quest’ultima era sempre finito in negativo, ma aveva giocato anche molto di più e quindi la probabilità di errore era più ampia. Dando uno sguardo complessivo alla sua carriera, è facilmente intuibile come il miglior pregio di Perotti non sia quello di segnare.

VENDERE O TENERE?

Il rinnovo avvenuto nel 2017 con Monchi direttore sportivo sicuramente pesa ancora oggi. I 3 milioni di stipendio garantiti a Perotti ad oggi lo fanno pesare 4,2 milioni a bilancio. Perciò la Roma per fare una plusvalenza deve assicurarsi almeno quest’ultima cifra. Non si parla di numeri proibitivi, ma Perotti con 31 anni sulla carta d’identità sembra disposto ad accettare solo due strade: la prima, sua preferita, lo fa restare nella capitale italiana sino al 2021, quando il suo contratto scadrà. La seconda invece lo riporta dove batte il suo cuore da sempre: Boca Juniors. I soli 6 mesi in prestito giocati con gli xeneizes qualche anno fa non hanno appagato la sua voglia di Boca. Una storia destinata a finire con il lieto fine, ovvero con Perotti che torna a vestire quella maglia custode della sua anima. Solo che non adesso. Non a 30 anni, con ancora qualche cartuccia da sparare nel mondo del calcio europeo, che di certo è a un livello più elevato.
Non sembra possibile nessuna altra opzione a queste due. Unendo i puntini, perciò, il futuro di Perotti sembra proseguire nella capitale agli ordini di Paulo Fonseca.

IDONEITÀ

E se il fisico glielo permettesse, Perotti sarebbe l’esterno ideale per Fonseca. Quello della tenuta atletica è l’unico grande interrogativo che potrebbe frenare l’esperienza dell’esterno con il mister portoghese. Semplicemente perché le richieste dell’allenatore, figlie della sua idea di calcio, sono costruite su misura per un giocatore come Perotti.

Un esempio di Perotti che si incunea nel centro e si crea la possibilità di dialogare con Nainggolan, l’allora trequartista della Roma. Potrebbe essere una qualità da sfruttare per Fonseca.

In primo luogo Fonseca vuole che i suoi esterni d’attacco, più che cercare la profondità, entrino verso il centro del campo e lo taglino. In questo modo si aprono molteplici possibilità: dialogo nello stretto con l’altra ala anch’essa accentrata o con il trequartista; servizio nello spazio per la punta o passaggio filtrante per l’accorrente terzino, che deve restare alto e largo, fornendo ampiezza e profondità.
Analizzando la heatmap delle ultime stagioni di Perotti, si nota come per tendenza naturale l’argentino sia bravo a partire palla al piede da una posizione larga, per poi accentrarsi e occupare le zone più interne del campo.

La heatmap di quest’ultima stagione di Perotti: sicuramente la sua peggior stagione a Roma. Molto statico sulla sinistra ma qualche inserimento centrale si intravede.

Nella stagione 2017-2018 invece le zone arancioni evidenziano la sua tendenza ad accentrarsi. Grande densità sia sulla fascia che nel centro.
Senza dubbio la stagione in cui ha straripato di più fisicamente. Nel 2015-2016 ha spaziato sia sulla fascia sinistra, sia sulla destra che al centro, giocando anche come falso 9.

Inoltre è prerogativa di Fonseca quella di far tenere palla con pazienza alle proprie squadre. Nella passata stagione lo Shakhtar ha avuto un possesso palla medio del 65,3%, e in tal senso Perotti è un interprete perfetto, data la sua capacità di tenere il pallone e farlo danzare al ritmo del suo passo felpato. Pazienza sarà perciò il mantra che la Roma dovrà ripetersi. Far circolare palla senza fretta per poi trovare la falla nel sistema difensivo avversario. E allora la tecnica nello stretto di Perotti, il suo dribbling secco ed improvviso, unito alla sua visione di gioco da numero 10, lo rendono una tessera perfetta nel puzzle romanista dell’anno prossimo.

IL CONFRONTO

Nella passata esperienza in Ucraina, Fonseca in quel ruolo ha utilizzato nell’ultimo anno Taison. Brasiliano di 31 anni, di piede destro naturale, rappresenta l’alter ego dello Shakhtar Donetsk del Perotti che verrà.

Questa invece la heatmap stagione di Taison in Champions League: nonostante la forza degli avversari, appare chiara l’indicazione di Fonseca di far accentrare i propri esterni.

Analizzando i numeri di Taison, (disponibili su questo articolo di Rudi), è possibile scorgere le similitudini e le differenze con il romanista.
Innanzitutto emergono le dissimili impostazioni tattiche, che portano i due giocatori a giocare diversamente. I cross, per esempio, sono il fattore che più divide i due esterni: Perotti nell’ultima stagione ne ha realizzati 4,34 in media a partita, con una buona riuscita del 32,56%; mentre invece Taison ne ha fatti appena 0,73 a partita, di cui 30,4% correttamente. Ecco perciò la prova della richiesta di Fonseca di non attaccare la profondità o cercare il cross con gli esterni di attacco, bensì di cercare la giocata centrale.

Un altro dato che alimenta questa tesi è la quantità di palloni giocati nella trequarti avversaria: ogni 90 minuti Taison ne ha dispensati 6,37. Molto staccato da questo numero Perotti, con 3,73, che però è il giocatore migliore della Roma in questo campo.
I passaggi giusti conclusi dai due sono praticamente uguali, perché Taison sfora l’80% e Perotti l’81%. Il brasiliano però, rispetto all’argentino, sotto porta è più incisivo: 6 gol e 15 assist nell’ultima stagione, 23 gol e 33 assist nei 3 anni agli ordini di Fonseca.
I due comunque dimostrano numerose similitudini. Stili di gioco perciò simili le cui principali differenze sono state imposte dal modo di gioco inteso dal proprio allenatore.

MOVIMENTI E PENSIERI SIMILI

Nei seguenti spezzoni di video, si possono comodamente notare le analogie di pensiero, di movimento e di interpretazione del ruolo di Perotti e Taison.

Perotti dribbla il diretto avversario, lo fa fuori, trova il fondo e crossa verso il centro.
Simile il movimento, ma soprattutto l’idea di Taison, che dopo aver dribblato il terzino avversario arriva sul fondo e mette in mezzo un cross (sbagliato). Una delle sporadiche azioni di Fonseca che terminano con un cross.
Perotti si dimena nelle zone centrali del campo, smarca un avversario e cerca in profondità il terzino che ha creato lo spazio in sovrapposizione.
Stesso principio viene attuato qui da Taison: il terzino Ismaily si sovrappone e crea lo spazio e lui lo cerca con un filtrante ben calibrato che taglia la difesa avversaria.
Il 3-0 di Perotti in Roma-Chelsea: dribbling e tiro secco con il destro. Non è un cecchino, ma i colpi li ha.
Gol più qualitativo e corale ma ugualmente arrivato dalla destra e chiuso da un bel tiro di destro. Taison è più concreto di Perotti e questo video testimonia la sua capacità di trovare la rete avversaria.

Per tirare le somme Perotti teoricamente è un interprete ideale e cruciale nella scacchiera di Fonseca. L’unico nodo da sciogliere sarà la tenuta fisica, che se dovesse dargli tregua gli farebbe vivere una seconda giovinezza.
Facendogli così assaporare il gusto del rilancio.
Proprio quando tutto sembrava finito.
Proprio quando Perotti sembrava finito.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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