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Juventus-Roma: storia di una partita senza storia

Quando, nel 1922, l’archeologo Howard Carter scoprì la tomba intatta di Tutankhamon, la già terribile stampa inglese iniziò a scrivere di una maledizione che avrebbe colpito chiunque avesse disturbato il sonno eterno del faraone. La più famosa delle maledizioni storiche, in realtà, era solo una (geniale) mossa di marketing, come si direbbe oggi. Chi ha avuto a che fare con la mummia, nella maggior parte dei casi, è vissuto a lungo e morto in età avanzata. La maledizione di Tutankhamon, quindi, non esiste. Esattamente come quella che, ormai da otto anni, impedirebbe alla Roma di vincere contro la Juventus all’Allianz Stadium. La sconfitta di ieri è la decima rimediata dai giallorossi in altrettante apparizioni in casa della Juventus. Quella che avrebbe tutti i crismi della maledizione, tuttavia, ha una spiegazione tanto semplice quanto dura da accettare: la Roma non è all’altezza della Juventus. Sotto nessun punto di vista. Lo è stata, forse, in una sola occasione. Quella volta ci pensò lo stesso Rocchi di ieri a sistemare le cose, ma la (meritata) vittoria sarebbe rimasta un episodio isolato, la classica eccezione che conferma la regola. La Roma non è pronta ad affrontare una squadra come la Juventus in uno stadio come l’Allianz. Né fisicamente, né mentalmente, né tecnicamente.

Lo si è visto ieri sera, per l’ennesima volta, nel momento in cui la Juventus ha girato la partita a suo favore con il gol di Cristiano Ronaldo. Dopo i primi venticinque minuti di sostanziale equilibrio e di tutto sommato buona Roma, è bastata una leggerezza per andare sotto e non riemergere più. È bastato uno stop sbagliato di Florenzi sulla trequarti offensiva per innescare il contropiede bianconero, con tutta la Roma rimasta a guardare il portoghese (pietosa l’inquadratura del capitano giallorosso che trotterella dietro di lui) battere Pau Lopez in diagonale. Un’azione, un gol e la Roma è sparita. A un certo punto sembrava che la Juventus giocasse in 11 e la Roma in 3. A salvarsi sono stati solamente Pau Lopez, Smalling e Diawara (puntualmente infortunatosi). Tutti gli altri, non pervenuti. Da Florenzi, semplicemente dannoso in ogni sua (non) scelta, a Kolarov, letteralmente invisibile; da Cristante, un alieno sbarcato per caso sul campo dello Stadium, a Pellegrini, ieri impegnato a giocare a nascondino; da Kluivert e Under, evidentemente inadeguati alla situazione, a Kalinic, che giocatore di calcio non è più, ammesso che lo sia mai stato.

La logica conseguenza di un divario del genere non può che essere il passivo con cui la Roma esce dal campo all’intervallo. Un 3-0 che non ammette repliche, firmato, oltre che dal solito Ronaldo, da Bentancur e Bonucci (era proprio necessario?), liberissimi di fare la qualsiasi dentro l’area di rigore di una Roma molle, distratta e infine distrutta. E a poco serve la reazione del secondo tempo, se comunque si continua a sbagliare l’impossibile. Prima Kalinic, che prende un palo clamoroso a porta vuota, e poi Florenzi, che tira addosso a Buffon, chiariscono una volta per tutta che non fosse serata neanche ieri, nonostante l’autogol del portiere bianconero sul bel tiro da fuori di Under. Il secondo tempo della Roma, tuttavia, non sarebbe esistito se la Juventus non avesse tirato i remi in barca, salvo rimetterli in acqua per evitare lo spauracchio, chiamiamolo così, di una rimonta che la Roma non avrebbe completato neanche con un’altra partita a disposizione. Ci hanno pensato un palo e Pau Lopez a evitare il quarto gol di Higuain, mentre dall’altra parte Buffon si è sporcato i guantoni solo a tempo scaduto, sul colpo di testa di Kolarov. Tutto il resto, come diceva qualcuno, è noia. La noia di dover assistere a un’altra prestazione sciagurata, ai soliti errori, all’ineluttabile infortunio e, infine, all’ennesima eliminazione dalla Coppa Italia. In breve, alla Roma che mai vorremmo vedere ma che, ciclicamente, ci tocca subire.

Per quanto fosse preventivabile, la sconfitta di ieri è una mazzata non indifferente per una squadra costantemente preda delle proprie fragilità, sia fisiche che mentali. E che non può staccare la spina neanche per qualche secondo, visto l’impegno di domenica. Un’altra tappa fondamentale di un catastrofico inizio anno cui nessuno, in società, sembra disposto a rimediare. In attesa di Friedkin, la Roma è immobile. Petrachi deve fare quel che può con quel che ha (cioè zero), mentre Fonseca predica nel deserto, reclamando due acquisti per sopperire alle assenze di calciatori fondamentali. In tutto ciò, la Roma ci ha rimesso la Coppa Italia. Ci ha rimesso la possibilità di avanzare in un torneo che conterà pure poco, ma mette comunque in palio qualcosa che tutti (o quasi) i romanisti aspettano con ansia da undici anni. Che, con tutta probabilità, diventeranno presto dodici. Perché la Roma perde malamente, proprio come due settimane fa, una partita che non avrebbe neanche bisogno di essere preparata. Ma che basta un episodio a trasformare in una partita senza storia.

Amo la Roma e l'informazione fatta bene. Per questo vorrei fare bene informazione sulla Roma.

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