La rivoluzione permanente giallorossa

Si sente parlare, ormai ogni estate, della Roma e delle sue rivoluzioni totali sul mercato. Si finisce spesso a chiedersi dove siano i problemi che rendono necessarie queste rivoluzioni o se non siano le rivoluzioni stesse il problema. Una rivoluzione, stando alla definizione, è uno sconvolgimento di costumi, di abitudini o funzioni fisiologiche. Suona però ironico pensare che nel mondo Roma suonerebbe come rivoluzione il suo esatto opposto. Sarebbe rivoluzionario limitare le rivoluzioni, arrestare il ripetersi degli sconvolgimenti, che ormai a Trigoria non sconvolgono più nessuno. Non tutte le rivoluzioni però, hanno distrutto, alcune hanno costruito e rafforzato la Roma, e due di queste sembrano somigliarsi.

RIVOLUZIONI FORZATE…

Non è certo una novità che la Roma della gestione americana è una società che ha fatto del trading dei calciatori la sua bandiera. La politica societaria decisa a Boston è stata la stessa dal primo giorno: investire tanto cercando di creare una squadra più forte possibile, anche a costo di dover cedere l’anno successivo per risanare i bilanci. Ci sono state, però, in questi anni, anche rivoluzioni forzate, avvenute in circostanze particolari. Quando non era strettamente necessario cedere, la Roma di Monchi ha scelto di fare piazza pulita e cambiare tutto, svuotare lo spogliatoio dalle presenze e personalità scomode e inserire giovani di belle speranze. Troppo spesso, però, queste rivoluzioni hanno finito per creare degli enormi “vuoti di potere” nello spogliatoio e nel cuore dei tifosi, ma anche in campo.

RIVOLUZIONI NECESSARIE…

Ci sono stati però sconvolgimenti che avevano l’appoggio totale della tifoseria. Momenti in cui la testa dei “martiri” della rivoluzione permanente giallorossa è stata invocata a gran voce dalla gente. È il caso, ad esempio della Roma 2018/19. Nell’annata appena terminata la squadra capitolina è stata sconvolta da numerosi cambiamenti. Gli arrivi di nuovi dirigenti come Guido Fienga e Gianluca Petrachi e l’addio di molte figure (spiccano su tutti gli addii di Monchi, Totti, Ranieri, Di Francesco, Balzaretti e De Rossi) hanno ridefinito l’organigramma societario e dato un nuovo volto al club. 

E RIVOLUZIONI SIMILI

Ci sono due momenti simili nella storia recente della Roma. Due momenti sportivamente tragici, lontani nel tempo, ma vicini per numerose analogie. Parliamo delle stagioni 2012/13 e di quella 2018/19. In entrambe le annate la Roma americana ha chiuso al sesto posto, senza centrare la qualificazione in Champions e cambiando due allenatori durante il campionato, per poi affidarsi, in estate, a giovani allenatori stranieri, Garcia allora, Fonseca oggi. In entrambe le occasioni, però un evento ha trasmesso la voglia di smettere di soffrire e di ripartire con un nuovo progetto e con rinnovato amore: le lacrime di un popolo raccoltosi all’Olimpico. Certo, le lacrime sono molto diverse, quelle passate furono per l’epilogo triste della finale di Coppa Italia persa la Lazio, quelle più attuali per l’addio di Daniele De Rossi.

In entrambe le situazioni, il tifo romanista, spalla a spalla, ne è uscito più forte e con inesauribile voglia di cambiare l’ordine delle cose. Ed è per questo motivo che oggi, come allora, la parola rivoluzione non spaventa nessuno. Alla corte di Fonseca sono già arrivati Pau Lopez, Spinazzola, Mancini e Diawara. Proprio come in quell’anno, in cui la roma portò a Trigoria un nuovo portiere (De Sanctis), un difensore centrale, un terzino e un centrocampista (Benatia, Maicon e Strootman). Con l’auspicio che questa rivoluzione del buon senso possa portare i risultati di quella alla quale sembra assomigliare. Quella squadra, infatti, raggiunse vette inaspettate, chiudendo al secondo posto e diventando la prima rivale della Juve per qualche anno, prima che gli errori demolissero tutto e che una nuova rivoluzione diventasse necessaria.

LA RAZIONALITÀ AL POTERE

Nella conferenza stampa di presentazione di Spinazzola, a Petrachi è stato chiesto se quest’anno ci si devono aspettare tanti cambiamenti. La sua risposta è stata chiara:

 “L’idea di un cambiamento esiste, mi piacerebbe poter cambiare qualche giocatore in più per ricreare voglia ed entusiasmo che porta un giocatore nuovo. C’è gente che c’è da un po’ e non è tanto felice, mi piacerebbe poterlo accompagnare, ma devi scontrarti con i prezzi e gli ingaggi. Fosse per me cambierei qualcosa in più, non è semplice, ma tempo al tempo, abbiamo ancora margini su cui lavorare. Si sta lavorando bene, c’è voglia e la consapevolezza di poter cambiare qualcosa, è palese l’aria di rinnovamento e spero che con i fatti potrete vedere i risultati.”

La rivoluzione permanente trova quindi nuova linfa. Una rifondazione totale che però appare quanto mai razionale e ponderata. Un cambiamento che rifiuta nomi esotici e scommesse rischiose per affidarsi a calciatori esperti, che conoscono il campionato, ma anche a giovani già affermati, che si basa sull’idea di tenere solo chi è motivato, per creare un ambiente di lavoro sano. La Roma che sta nascendo, infatti, sembra il risultato di un lavoro cerebrale. Un lavoro che si discosta dai metodi troppo istrionici di Monchi e che bada al sodo, con un occhio alla tasca, ma anche al campo, dove tutto deve funzionare al meglio. Una Roma frutto di una rivoluzione necessaria, dove nessuno, se non la squadra, si prende la copertina. Una Roma figlia del lavoro diverso dei suoi dirigenti, che provano, si spera definitivamente, a tirar su un impianto forte e definito. 

Nato nel 1997 lontano da Roma, ma con la Roma nel cuore. Studente di lettere. Amo lo sport in ogni sua forma.

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