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La Roma che non c’è perde ancora

La Roma non c’è più. Una sintesi brutale ma perfetta per inquadrare la Roma di questo inizio anno. Una crisi di gioco e risultati impietosamente fotografata dai numeri. Dalla ripresa del campionato, dopo la sosta natalizia, la Roma ha raccolto la miseria di 4 punti in 6 partite di campionato, di cui solo 1 in 4 impegni casalinghi. Includendo anche la Coppa Italia, la squadra di Fonseca ha perso 5 delle ultime 8 partite, subendo ben 16 gol. Un ruolino di marcia non certo all’altezza di una squadra che ha come obiettivo il quarto posto. Ma la Roma da quarto posto, quella di Firenze, per intenderci, si è totalmente dissolta tra dicembre e gennaio. Difficile individuare con esattezza le cause di questa spirale negativa, ma è evidente che gran parte dei problemi derivi da una combinazione micidiale di errori tecnico-tattici, mentalità sbagliata e inadeguatezza di singoli.

Contro il Bologna, la Roma ha replicato quasi perfettamente la pessima prestazione offerta la settimana scorsa in casa dell’altra emiliana. Senza addentrarsi in situazioni particolari, basta osservare le azioni che hanno portato al primo e al terzo gol dei rossoblu per individuare inquietanti somiglianze, tutte riconducibili al cocktail avvelenato di cui sopra. In occasione della prima rete avversaria, la Roma (non) difende con estrema mollezza, lasciando a Barrow tutto il tempo di alzare la testa e imbucare una palla che Smalling lascia colpevolmente sfilare nella terra di nessuno dove Orsolini, tutto solo, deve solo appoggiarla in rete. Il pesantissimo, incomprensibile errore del centrale inglese è parte integrante della follia di una squadra in totale confusione, che insegue gli avversari invece di coprire efficacemente il campo. La Roma sbanda pericolosamente a ogni discesa del Bologna, anche quelle potenzialmente innocue. L’esempio lampante è la cavalcata solitaria con cui Barrow segna il terzo gol. In quel momento la Roma è tutta sbilanciata in avanti, alla ricerca del gol del 2-2. Salito sulla trequarti emiliana, Santon si lascia alle spalle una prateria in cui il gambiano si invola, trovandosi davanti la difesa romanista al gran completo più Cristante che segue l’azione da par suo, cioè corricchiando. A tenere l’attaccante l’attaccante è Mancini, che però, come con Boga, gli riserva un trattamento di lusso, accompagnandolo fin dentro l’area e permettendogli di rientrare sul destro per segnare più comodamente. Gol che la Roma di fine 2019 avrebbe facilmente evitato, e che per questo risultano ancora più difficili da digerire.

La confusione che attanaglia la squadra è anche e soprattutto mentale. Come certificano i numeri, la Roma del 2020 sbaglia sistematicamente l’approccio alle partite. Quasi metà dei gol subiti nelle ultime sei gare di campionato è arrivata nei dieci minuti iniziali o finali dei due tempi. Nelle ultime due, poi, i giallorossi hanno subito almeno due gol nel primo tempo. Non succedeva dal 2005. Il più confuso di tutti, però, sembra Paulo Fonseca, passato da tecnico di alto livello ad allenatore nel pallone in poco più di un mese. Per quanto costretto a scelte obbligate, il portoghese comincia a evidenziare qualche problema di gestione delle partite. A testimoniarlo è il fatto che, quando va sotto nel punteggio, la Roma non riesce quasi mai a recuperare. Solo in 2 occasioni su 7, cioè contro Cagliari (1-1) e Spal (3-1), i giallorossi sono riusciti a rimontare lo svantaggio. Insomma, Fonseca sembra non essere in grado di adottare contromisure efficaci alle situazioni sfavorevoli. Anche contro il Bologna, il portoghese non ha fatto altro che infoltire l’attacco nelle speranza di trovare il pareggio, ma senza sortire alcun effetto. Un po’ perché la Roma si sveglia sempre troppo tardi, e un po’ perché il gol resta una vera e propria chimera. Ed è tutto dire, visto che, dati alla mano, in ogni partita giocata dalla ripresa del campionato, la Roma ha sempre creato più degli avversari. Stando agli expected goals degli ultimi sei match, i giallorossi avrebbero dovuto raccogliere 11 punti invece dei 4 effettivamente conquistati.

Anche quando si accende, in ogni caso, la Roma non va molto meglio. Nelle ultime due partite, le già tardive reazioni dei giallorossi sono state macchiate da errori individuali pesantemente sanzionati. Come Pellegrini contro il Sassuolo, contro il Bologna a finire anzitempo sotto la doccia è stato Bryan Cristante, che ha così coronato l’ennesima prestazione da incubo, autoescludendosi dal prossimo match contro la sua vecchia squadra. Ed esattamente come per Pellegrini, forse è meglio così. Perché Cristante è l’uomo simbolo della crisi della Roma. Con lui titolare, la Roma ha giocato 10 partite raccogliendo solamente 2 vittorie, subendo almeno 2 gol in 3 occasioni e mantenendo la porta inviolata solamente in una di esse. In 13 partite senza di lui, invece, la Roma ha collezionato 9 vittorie, mantenendo la porta inviolata in 4 occasioni e non incassando mai più di 2 gol. Un bilancio che parla chiarissimo. Peccato che, in quel ruolo, le alternative scarseggino decisamente.

Insomma, la Roma sembra aver imboccato un tunnel di cui, al momento, non si vede la fine. In questo momento Trigoria è una polveriera in cui si brancola nel buio, tra vicende societarie che, si spera, arrivino a una svolta il prima possibile e rovesci sportivi che evidentemente risentono delle prime, ma non possono essere giustificate sulla base di esse. Perché, se così fosse, sarebbe una mancanza di rispetto ancora più censurabile nei confronti di chi, puntualmente, è costretto ad assistere impotente alla storia che si ripete.

(fonti: AS Roma Data, Johann Crochet, OptaPaolo)

Amo la Roma e l'informazione fatta bene. Per questo vorrei fare bene informazione sulla Roma.

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