Lettera di risposta a Pallotta

Caro Jim,

mi fa piacere che tu sia tornato a parlare seriamente dopo troppo tempo passato nel silenzio. In questo periodo così difficile, tutti noi romanisti sentivamo il bisogno di capire cosa pensasse il nostro presidente. E soprattutto che provasse a spiegarci cosa diamine non ha funzionato in questa stagione.

Devo dire che stavolta mi hai sorpreso. Non mi aspettavo una tua risposta così chiara e sentita. Perciò, ti faccio i complimenti. Sarebbe bello se tu riuscissi a comunicare di più in questo modo con noi. Forse sarebbe più facile capirti.

Nonostante questo, però, mi sento di sottolineare alcuni aspetti che non mi hanno pienamente convinto della tua lettera. E alcune cose su cui vorrei degli ulteriori chiarimenti.

Innanzitutto, volevo dirti che io ti credo. Sì, credo a quello che hai scritto. Credo nel fatto che tu sappia di aver commesso tanti errori e che sei pentito di questo (soprattutto di aver dato tutto quel potere a Monchi). Così come credo al fatto che il tuo unico interesse sia quello di rendere la Roma più competitiva. Perché, nonostante qualcuno abbia sempre provato a sostenere il contrario, io so che tu non hai ancora guadagnato niente dalla Roma.

Sinceramente, io penso che tu abbia comprato la società pensando che sarebbe stato un bel passatempo per te ed i tuoi amici. E che, nel frattempo, avresti potuto fare un po’ di soldi con la costruzione del nuovo stadio (che comunque so quanto sarebbe importante anche per noi) . Ma, quando hai preso davvero il controllo della situazione, ti sei ritrovato in una realtà più grande di quello che pensavi, fatta di sentimenti, passione e frustrazione. E anche tu ne sei stato un po’ contagiato.

Per questo, sono realmente convinto che tu voglia provare a vincere. Ma forse non hai capito che qui a Roma conta anche molto altro. Sì, perché noi tifosi romanisti siamo diversi da tutti gli altri. Non siamo mai stati abituati a vincere nella nostra storia. Però, ci sentiamo comunque parte di qualcosa di storico e di prezioso, che va tutelato e portato avanti con forza. Qualcosa di più grande di noi e della nostra bacheca. Quello che, in questi giorni, spesso è stato definito con il termine “romanismo”.

È difficile per me spiegarlo a chi non è nato qui e non ha mai provato questo sentimento come te. È la cosa che ci spinge ad andare allo stadio ogni domenica, anche se sappiamo già che non vinceremo niente pure quest’anno. Quella che ci fa piangere quando vediamo una delle nostre bandiere andare via. Che ci fa emozionare ancora quando sentiamo il nome di Agostino Di Bartolomei, come se fosse ancora qui con noi e non ci avesse mai lasciato. E che ogni anno, ad inizio stagione, ci fa illudere contro ogni logica che alla fine ci rivedremo al Circo Massimo per festeggiare.

Questo per noi è più importante di qualsiasi trofeo di cui tu continui a parlare, pensando che sia stato il tuo più grande errore non essere riuscito a portarne qui nemmeno uno in questi anni. Ed è più grande di qualsiasi vittoria tu ci possa promettere.

Con queste parole, non voglio farti pensare che a noi non interessi vincere, anzi. Ci piacerebbe molto farlo. Ma, come direbbe Frank Sinatra, lo vogliamo fare “percorrendo la nostra strada”. Non tradendo i nostri valori ed i nostri ideali, che ci hanno da sempre contraddistinto storicamente. Perché è questo che ci caratterizza, che ci rende davvero unici.

Perciò, quando parli di De Rossi come un giocatore qualsiasi, che non poteva essere inserito nelle rotazioni senza rischiare di penalizzare tecnicamente la squadra per i suoi limiti fisici, ti sbagli di grosso. E dimostri di non aver ancora capito pienamente i tuoi errori. Perché Daniele non è e non sarà mai un calciatore qualsiasi per noi. E meritava un altro anno di contratto se lo voleva, a prescindere da quante partite avrebbe potuto effettivamente giocare. Perché sarebbe stato un valore aggiunto pure non scendendo spesso in campo.

Detto questo, mi fa piacere che tu lo abbia difeso da quell’infamante articolo uscito ieri su La Repubblica. E sono contento che tu abbia capito quanto possa essere importante Totti per noi, anche come dirigente. Affidati di più a lui, vedrai che non te ne pentirai.

Nessuno vuole farti scappare, Jim, vogliamo solo che tu capisca che fare il presidente della Roma vuol dire molto più che gestire una semplice società di calcio dall’altra parte dell’oceano. È un bene storico, la Roma. Una follia collettiva che va coltivata giorno dopo giorno con la massima cura e dedizione. Stando attenti al suo passato tanto quanto al suo futuro.

E allora io ti invito a venire più spesso qui. Cammina per le strade della città e lasciati trasportare dalla storia che si respira. Assisti a qualche partita allo stadio, soprattutto a quelle meno importanti. Senti la passione della gente quando la squadra scende in campo, a prescindere dalla posta in palio. Concentrati sulla Curva Sud e sul calore che emana.

Solo così potrai comprendere fino in fondo cosa significhi la Roma e l’essere romanisti. E riuscirai a diventare il presidente che noi desideriamo. Come lo sono stati prima di te Viola e Sensi. E vedrai che tutti noi ti staremo vicino a quel punto. Perché soltanto in questo modo è possibile costruire una Roma grande e vincente. Dando valore a ciò che essa significa e rappresenta per ognuno di noi.

Questo, secondo me, deve essere il tuo unico obiettivo come presidente della Roma in questo momento. E spero tanto che presto tu possa riuscire finalmente a capirlo.

25 anni, romanista da sempre, ma giornalista da poco, speravo anch'io de morì prima dell'addio al calcio di Francesco Totti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *