Lo stile di Fonseca: tra chiamate, intensità e coraggio

Tornare ad edificare sul cumulo di detriti lasciati dalla scorsa stagione della Roma non è facile. Va ricostruito tutto, a partire dalle fondamenta, che sono le viscere di un progetto solido e duraturo. Prima ancora di parlare di bilanci da assestare e giocatori da compare o cedere, bisogna ripartire dai principi. Idee concrete e determinate che vengano poste come basamento di un nuovo edificio da costruire.

Il lavoro di Fonseca perciò non è facile. Non lo è stato nei suoi primi giorni a Roma e non lo sarà per molto altro tempo. Più che riunire i pezzi di un mosaico rovinato dovrà raccogliere le particelle di una Roma svanita, evaporata lo scorso anno nella morsa delle scelte tecniche sbagliate e i rapporti tra compagni, dirigenti e membri della società pieni di crepe. E in quei buchi la Roma ci è caduta e si è smarrita.
La scelta del portoghese di sposare il progetto giallorosso perciò è stata ambiziosa e forse anche un pizzico azzardata, ma lui è stato determinato dal primo giorno. Dalla prima chiamata con il prefisso di Roma ha risposto positivamente, facendo letteralmente di tutto pur di unirsi alla città eterna. Tanto che ha rinunciato a dei soldi in più che avrebbe potuto guadagnare restando allo Shakhtar pur di vestire il logo con la lupa. E la sua voglia di dimostrare e di confrontarsi con una nuova realtà sta cercando di trasmetterla ai propri giocatori.

SE TELEFONANDO

Ormai è diventato il leitmotiv dell’estate romanista: “Fonseca chiama…” con allegato nome del giocatore in questione. E se all’apparenza tutto ciò può sembrare secondario, un sottofondo periferico a ciò che importa davvero, ovvero il campo, in realtà non è così. Occorre dare uno sguardo più approfondito e penetrante alle chiamate di Fonseca. L’ex Shakhtar ha dimostrato la sua partecipazione attiva alla causa, mettendosi personalmente in gioco in ogni circostanza. Anche in ambiti extra-campo come questi.

L’agente di Jordan Veretout, neo acquisto della Roma, ha detto che “Fonseca ha parlato con il giocatore che dopo la telefonata ha deciso che voleva venire subito alla Roma. Si è convinto immediatamente.” Queste parole certificano l’importanza e l’influenza che il tecnico può avere, anche nella buona riuscita di una trattativa.
In questo modo sembra aver compreso che le questioni di campo iniziano fuori dal campo. C’è tutta una sfera più personale che va gestita, per poter creare un gruppo più coeso e soprattutto motivato. Questo è stato un errore ricorrente nelle passate stagioni, quando voci di continui malumori e dissidi tra giocatori e allenatore si rincorrevano.

Diawara è un’altra prova dell’importanza delle telefonate di Fonseca. In conferenza stampa il guineano ha detto: “Quando mi ha chiamato il mister è stata un’emozione per me, sono onorato di essere allenato da lui”“L’allenatore mi voleva, sono stato fortemente voluto dalla società. Ringrazio la società, il tecnico e il direttore per la fiducia. “

E ancora si parla di una sua telefonata a Higuain per convincerlo a venire a Roma. Allo stesso modo si è parlato di Fred, suo pupillo allo Shakhtar, ora al Manchester United, da lui chiamato per sondare il terreno.
Anche per Pau Lopez, Mancini e Spinazzola certamente le parole del mister saranno state cruciali.
Perciò forse non sono solo parole. Ma principi e idee dal peso ben più consistente di ciò che traspare.

INTENSITÀ E CORAGGIO

Determinazione, intensità e coraggio. Sono queste le coordinate poste da Fonseca al momento della sua entrata nella scena romana.
Lo stile di gioco da lui visto e agognato è ambizioso, intenso, duro, non adatto a tutti. Solo chi dedica anima e corpo alla causa può sposare le idee dell’allenatore. E qui entra ancor di più in gioco la bravura di quest’ultimo. Perché il rischio è quello di predicare nel deserto, di parlare senza essere realmente ascoltato, di chiedere senza ottenere risposte positive. 
È qui che entrano in gioco la persuasione e il carisma, che devono attaccarsi alla mentalità dei giocatori e spingerli a seguire ogni indicazione di Fonseca.

I principi cardine del suo gioco li ha ben spiegati nella conferenza stampa di presentazione:

“Il sistema di gioco non è importante, quello che conta è la dinamica di squadra. Se avete visto le mie squadre, vi siete accorti che sono dinamiche. I dettami del tecnico sono fondamentali, ma poi contano le caratteristiche dei giocatori. La rosa attuale della Roma rispecchia i miei ideali di gioco.“…”Quello che conta davvero è l’intensità, la squadra deve esser intensa in ogni momento di gioco, sempre garantendo stabilità difensiva.”…”Sarà importante costruire una squadra forte, ambiziosa e coraggiosa.

E per far sì che queste parole trovino rifugio nella realtà c’è bisogno di convinzione. Nella precedente gestione di Di Francesco, troppo spesso sembrava che il tecnico abruzzese parlasse a vuoto, senza trovare nei comportamenti dei giocatori in campo un reale riscontro.
Il compito principale di Fonseca deve essere quello di prendere per mano i giocatori e farli unire di nuovo. Di creare un gruppo unito, prima ancora che una squadra di calcio.
E il suo metodo per fare ciò appare evidente. Telefonare per convincere, per far sentire importante il giocatore. Poi si parla di campo. Di intensità, di coraggio, e di moduli.


Le parole di Lorenzo Pellegrini in merito al lavoro svolto sinora da Fonseca tratteggiano un profilo idoneo a questo lavoro di ricostruzione totale:

“Il mister Fonseca lo vedo come una persona molto diretta e questa cosa mi piace. Cerca di metterti il più possibile a tuo agio per cercare di farti capire che vuole lui. Mi piace il suo modo di pensare il calcio.”…”Le sensazioni all’interno del gruppo sono positive. L’intensità per noi è tutto. Ma non è una questione solo fisica, ma anche mentale e di concentrazione. L’intensità è fare un allenamento come un professionista deve fare.”

E quale miglior punto di riferimento da seguire per essere intensi se non Fonseca stesso? Lui che in ogni allenamento si sbraccia, urla e partecipa come se fosse un giocatore. Corre, suda, incentiva, punisce e premia.
Fa tutto ciò che un allenatore deve fare.
Prima crea un gruppo, poi lo plasma in campo.
È il suo stile.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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