Mkhitaryan: un armeno a Roma mandato dall’Arsenal

Il sole sembrava calato sul calciomercato della Roma. Con l’acquisizione di Kalinic in prestito ogni altra operazione in entrata appariva agli occhi di tutti, addetti ai lavori e non, congelata. E invece Petrachi ha dimostrato che non dice bugie.

Io non amo tante chiacchiere, amo far parlare il campo. Non sono social. Colgo l’occasione: io non rispondo a nessuno e se qualcuno pensa di avere favoritismi… Non do spazio e tempo a nessuno di poter pensare che gli posso suggerire un giocatore. Io lavoro sul campo, sono uno molto attento ai particolari, sono più da campo che da scrivania e non do vantaggi a nessuno. Il più piccolo dei giornalisti deve avere la consapevolezza di essere trattato come le più grandi firme. Mi sono arrivati più di 200 messaggi ed ho risposto a tutti allo stesso modo con coerenza. Non guardo in faccia al nessuno.

E l’omertà professata nella sua conferenza stampa di presentazione di inizio luglio è stata confermata anche a fine agosto. Quando tutti brancolavano nel buio, parlando di affare Vital ormai sfumato assieme ad ogni altra ipotesi di acquisto in attacco inesistente, Petrachi ha calato l’asso dalla manica. E così all’improvviso, dopo un derby emozionante e a poco meno di 24 ore dal termine della sessione estiva di mercato, è uscita la notizia di Henrikh Mkhitaryan a un passo dalla Roma. Anzi, neppure a un passo, già pronto a salire su un aereo diretto a Fiumicino la mattina dopo. Un tuono durante una giornata di sole. E il colpo messo a segno non è da far passare in secondo piano, tutt’altro: si parla di un vero e proprio pezzo da 90 per una società come la Roma.
Mkhitaryan è stato l’ultimo acquisto della prima campagna di mercato gestita da Petrachi.

Mkhitaryan con la maglia dell’Armenia, di cui è capitano.

DALL’ARMENIA CON FURORE

Henrikh Mkhitaryan nasce Erevan, la più popolosa città dell’Armenia nonché capitale, il 21 gennaio 1989. Il calcio per lui è sin dai primi passi una stella polare: il padre, Hamlet Mkhitaryan, è stato uno dei più grandi attaccanti armeni e ha giocato nell’Ararat, squadra di prima divisione armena, negli anni 80. Nessuna sorpresa perciò quando nel 1995 entra nelle giovanili del P’yownik con il sogno di diventare come Kakà, sua musa ispiratrice nel mondo del calcio. A soli 14 anni, a causa della morte del padre, tenta fortuna con un provino al San Paolo (guarda caso, la squadra del suo idolo brasiliano) assieme ad altri compagni in uno stage di 4 mesi. Al suo ritorno al  P’yownik è più forte di quando era partito, quindi inizia la trafila per diventare professionista. Evento che avviene nel 2006, ad appena 17 anni: fino al 2009 gioca con gli armeni, realizzando 11 gol in 10 match disputati, vincendo anche 4 campionati armeni, una Coppa e una Supercoppa d’Armenia.

Troppo rumore in un posto trppo modesto: nel 2009 il Metalurh Donetsk, squadra ucraina, lo preleva per circa 300 mila euro. All’esordio segna e si prende subito la scena tanto da divenire l’anno seguente il capitano della squadra, ad appena 21 anni. 45 partite giocate, 16 gol segnati e una pioggia di soldi sui suoi piedi.

È lo Shakhtar Donetsk a sborsare 7,5 milioni di euro per assicurarsi le sue prestazioni nel 2010. Dopo una prima annata vissuta in costante lotta per un posto da titolare, l’armeno la stagione seguente prende la residenza al centro del campo ucraino, accumulando 26 partite in campionato, 37 totali e 11 reti, vincendo per altro il campionato e la Coppa d’Ucraina. Curiosità: la finale, giocata contro la sua ex squadra, il Metalurh Donetsk, viene decisa proprio da una sua rete, pesantissima nel 2-1 finale. Ciliegina sulla torta: i tifosi dello Shakhtar lo nominano giocatore dell’anno. Apprende la richiesta di verticalità nel gioco di Lucescu e la fa sua con una tecnica stellare e una fisicità importante.

Che il 2012-2013 sarà il momento della svolta lo si intuisce dalla prima partita in campionato: 2 gol e 2 assist contro l’Arsenal Kiev, che viene detonato per 6-0. È un anno d’oro e tutto gira per il meglio, tra gol in Champions League e dominio casalingo con l’inarrestabile Shakhtar. Alla fine lo score è da brividi: 29 gol e 12 assist in 42 partite. A quel punto anche la maglia degli arancio-neri gli sta stretta. E così indossa quella giallonera del Borussia Dortmund. Un salto di qualità di prim’ordine.

GERMANIA E INGHILTERRA

Con la maglia del Borussia resterà per 3 stagioni, equamente divise tra luci ed ombre. La prima con Klopp in panchina è da magia: tutto funziona alla perfezioni, Mkhitaryan trova le condizioni ideali per esprimere il proprio potenziale e la squadra vola. Instaura una perfetta alchimia con Reus, Aubameyang, Blaszczykowky e Lewandoski, tanto che il Dortmund viene fermato solo ai quarti di Champions dal Real, perde la finale di Coppa di Germania con il Bayern Monaco e arriva secondo in campionato sempre alle spalle dei bavaresi. 13 gol, 11 assist e un mix di culture nel suo stile di gioco che lo rende imprendibile per gli avversari.

Ma l’anno dopo c’è lo strapiombo. La magia di Klopp si interrompe e lascia il passo a un incubo. L’unica gioia stagionale è la vittoria del girone di Champions con Arsenal, Galatasaray e Anderlecht, ma l’eliminazione agli ottavi contro la Juventus è la metafora della stagione. Le vespe orbitano attorno alla zona retrocessione pericolosamente prima di un rush finale che gli consente di arrivare al settimo posto, ultimo slot valido per l’Europa League. Klopp va via, al suo posto arriva Tüchel e Mkhitaryan torna a sorridere. Dopo i 5 gol e 7 assist dell’anno prima raggiunge il proprio massimale. Tocca il cielo con entrambe le mani e diventa uno dei giocatori più ambiti a livello europeo. 23 gol e 32 assist sono cifre spaventose. Nel 4-2-3-1 assieme a Reus e Kagawa raggiunge l’apice, dimostrandosi perfetto per questo modulo. Una stagione da semidio che lo porta a sposare la maglia dei Red Devils: Mourinho stravede per lui e firma un assegno da 31,5 milioni di euro per portarlo a Manchester.

L’avventura con lo United è più che redditizia, anche se non longeva. Nella prima stagione è un titolarissimo e salta una manciata di partite dovute da uno stiramento muscolare. Ma questo non lo ferma e nelle 11 reti messe a segno, la più pesante è quella del 24 maggio 2017 in finale di Europa League contro l’Ajax. Sigla il 2-0 e chiude la partita, alzando una delle coppe più importanti e prestigiose. Altra curiosità: l’assist per il suo gol, è stato fatto da un certo Chris Smalling, suo compagno all’epoca e suo compagno oggi.
Poi però qualcosa si rompe. Il Manchester non lo reputa più indispensabile e soprattutto capta l’odore del colpaccio in uno scambio con Sanchez: così è stato. Alexis Sanchez allo United, Mkhitaryan pedina di scambio che fa il percorso contrario e va all’Arsenal.
Caso vuole che nella stessa finestra di mercato, quest’ultima, entrambi sono stati protagonisti di due trasferimenti importanti in Italia.

GUNNERS E VOGLIA DI RIVINCITA

Gli ultimi 6 mesi del 2018 giocati con la maglia dell’Arsenal non sono scintillanti, dati gli appena 2 gol e 4 assist che per uno come lui sono numeri poveri. La scorsa stagione è stata intermedia: 28 partite da titolare, 39 totali, 6 gol, 7 assist e un fastidioso infortunio al metatarso che lo ha fatto restare fuori per circa 3 mesi. Un’annata in chiaroscuro che ha messo in dubbio la sua titolarità, ma che comunque lo vede al secondo posto nella classifica di occasioni da rete create ogni 90 minuti, alle spalle del solo Bernardo Silva. I Gunners però hanno deciso principalmente di affidarsi a Lacazette e Aubameyang, con qualche giovane di belle speranze che si è iniziato ad affacciare alla Premier League. E uno dei motivi della sua cessione è stata proprio la volontà dell’Arsenal di far crescere i giovani promettenti del proprio vivaio. In più è stato acquistato Pépé dal Lille, che va sfruttato.
Mkhitaryan sembrava principalmente soffrire troppo la fisicità e la frenesia del campionato inglese, che alla lunga ha pesato su di lui.

Il giocatore che arriva a Roma però è un 30enne nel pieno della sua carriera con una grande voglia di riscatto. Nessun problema a livello fisico e quasi l’assoluta certezza che l’armeno sarà in grado di adattarsi al calcio italiano. D’altro ha già dimostrato di saper dominare in Armenia, Ucraina, Germania e Inghilterra, con qualche sprazzo di calcio anche in Brasile e Francia da piccolo.

Inutile dire che in patria è il capitano della nazionale, nonché il miglior marcatore di sempre con 27 gol in 84 presenze.

Mkhitaryan posa con la nuova maglia della Roma assieme al direttore sportivo Petrachi.

QUELLO CHE SERVIVA

Mkhitaryan è esattamente quello che serviva alla nuova Roma di Fonseca. La richiesta maggiore del tecnico portoghese alle sue ali, difatti, è quella di accentrarsi, di fare densità nella trequarti avversaria per aprire molteplici possibilità al possessore di palla. Gli esterni perciò più che aprirsi e andare lunghi, devono giocare negli spazi di mezzo e scambiare il pallone tra loro, con il trequartista e con l’attaccante, per trovare il varco vincente.
Oltre a ricoprire alla perfezione il ruolo di ala sinistra, l’armeno può giocare indifferentemente come trequartista e come ala destra; perciò non è il profilo di giocatore monouso limitato tecnicamente e tatticamente.

Destra, sinistra, centro: Mkhitaryan in carriera ha dimosrato di saper giocare ovunque. E anche di farlo bene.

Tutto ciò è reso possibile dalle grandi capacità di palleggio e la raffinatezza dei suoi piedi. In media in carriera vince più del 50% dei dribbling a partita, fornisce 1,7 passaggi chiave, 1,8 dribbling utili a creare superiorità numerica in fase offensiva, 2,1 tiri che alimentano la sua pericolosità e 37,7 passaggi ogni 90 minuti, dato che testimonia la sua centralità nel gioco. Un catalizzatore e un vero e proprio fantasista.
E i numeri della sua carriera testimoniano la sua prolificità, oltre che importanza nell’economia del gioco: 424 partite disputate, 134 gol messi a segno e 107 assist regalati ai compagni.

La heatmap della scorsa stagione di Mkhitaryan: l’armeno sa spaziare per tutto il campo, garantendo la propria presenza ovunque.

Con Zaniolo fisso sulla trequarti, Ünder largo a destra e Dzeko centravanti, Mkhitaryan è esattamente il colpo che serviva alla Roma. Una sua peculiarità è quella di esser bravo a smarcarsi senza palla e a farsi trovare libero tra le linee, guadagnando così un vantaggio sugli avversari e sfoggiando le sue qualità palla al piede. Dalla trequarti in su può: servire con un filtrante l’attaccante, andare sul fondo e cercare il cross, tentare il tiro (lui è destro ma ha segnato anche con il mancino) e nel caso sfruttare lo spazio creato dalla prima punta per gettarsi nello spazio e ricevere palla in mezzo all’area.

Con Mkhitaryan si infoltisce il fuoco offensivo a disposizione di Fonseca, che ora deve esser bravo a spremere le qualità dell’armeno.
I presupposti ci sono tutti.
Ma sarà il campo a parlare.
Ora è l’ora di Mkhitaryan.
Il primo armeno in Serie A.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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