[Nella tana] Il rebus del portiere

Finalmente il calcio. Con l’ufficialità di Paulo Fonseca come nuovo allenatore della Roma e quella ormai prossima di Petrachi come direttore sportivo, si può tornare a parlare di calcio in maniera concreta. Tattica, ideologie, movimenti di mercato, formazione. Le basi per la Roma del futuro.

Ed è grazie agli insegnamenti del passato che si può intervenire correttamente per imboccare la strada più corretta per arrivare al successo. E allora la sessione estiva di calciomercato sembra essere fondamentale per poter riscattare una stagione pessima sotto ogni punto di vista. Bisogna sfruttare il periodo estivo per ricamare la rosa, vendendo chi va ceduto ed acquistando oculatamente e razionalmente nei ruoli che più necessitano una rinfrescata.

Sicuramente la porta è uno di quelli. Il delicato ruolo del portiere, sempre solo contro tutto e tutti, chiamato a esserci sempre in qualsiasi attimo e situazione della partita, non è stato ricoperto correttamente in questa sventurata annata. Uno dei principali talloni d’Achille di questa Roma (magari fosse solo uno), che con il calciomercato va assolutamente potenziato.

BASTA VICHINGHI

I pesanti guantoni di Alisson, partito la scorsa estate per unirsi al Liverpool, sono passati nelle mani di Robin Olsen. Il 24 luglio, dopo un mondiale disputato a difendere i pali della sua Svezia, l’allora ds Monchi ha deciso di acquistare dal Copenaghen Olsen per 9 milioni circa. Un fallimento su tutta la linea.

Lo svedese si è dimostrato incapace di adattarsi all’ambiente romano e ai dettami tattici di Di Francesco, che con la cessione di Alisson ha perso il primo regista della squadra, oltre che uno dei portieri più forti al mondo (oggi è il più forte).
Dopo un inizio ricco di incertezze, il vichingo si è dimostrato abbastanza solido per circa tre mesi, sino a dicembre, prima di crollare assieme alla squadra. Certamente la fragilità difensiva e la precarietà della rosa nella sua interezza sono stati fattori determinanti nel fallimento di Olsen, ma le sue mani si sono rivelate essere ben poco sicure.

Un portiere statico, poco agile e poco dotato tecnicamente come lui, ha incontrato difficoltà nel credo calcistico di Di Francesco. Perciò la difesa alta impostata dal tecnico abruzzese è stata spesso vittima di decine di metri di campo libero alle proprie spalle, mentre un tempo Alisson garantiva uscite perfette. La conseguenza più lampante è stata il crollo di Fazio e l’esaltazione di Manolas, bravo a correre indietro al contrario del compagno argentino, più fisico e stanziale che ha sofferto enormemente lo stile di gioco.

La lunghezza media dei passaggi di tutti i portieri di Serie A. Olsen è troppo indietro.

I continui passaggi dei difensori ad Olsen non hanno mai portato a nulla di buono, dato che i piedi del portiere sono di ben altra matrice rispetto al predecessore brasiliano. Ed oggi, per un portiere moderno, saper usare i piedi come un qualsiasi giocatore di movimento, oltre che saper leggere le situazioni e staccarsi dai pali quando necessario, è di primaria importanza. Troppo poco perciò il 67,7% passaggi completati correttamente a partita, proprio come sono pochi i 6,4 lanci giusti ogni 90 minuti a fronte degli 8,3 sbagliati. 

Parlavamo prima del crollo da dicembre in poi, culminato con l’esclusione dal match con la Fiorentina che si è prolungato sino a fine stagione. Prima di perdere il posto da titolare, nelle precedenti 10 partite di campionato, senza calcolare le altre competizioni, Olsen ha subito 18 gol. Niente di sconvolgente, dato il ritmo di reti incassate dalla Roma nella stagione, ma certamente il dato che parla di 14,18 expected goals, risalta i demeriti del portiere, che ha subito circa 4 reti in più di quelle preventivate.

La media di parate a partita è di 3,95: anche questo dato è deficitario, considerate le 42 reti subite da lui in 27 partite di A, con appena 4 clean sheet.

Insomma, Fonseca non potrà contare su Olsen per il prossimo anno. Meglio pensare a un altro guardiano, possibilmente non vichingo.

MANI SICURE

Fortuna ha voluto che il secondo fosse più forte del primo. E allora il cambio è avvenuto con buona pace dello svedese. Antonio Mirante, arrivato in estate con già 35 primavere alle spalle per 4 milioni, si è fatto trovare pronto nel momento del bisogno.

Paradossalmente il passaggio del testimone è arrivato anche troppo tardi, perché la precarietà psicofisica di Olsen lanciava segnali inquietanti già da molto tempo. Ma è stato solo il 3 aprile che ha messo i guanti da titolare e non li ha mai più tolti.

La scelta del cambiamento è arrivata da Ranieri, che dopo tre partite con Robin tra i pali ha capito che sarebbe stato meglio cambiare: tra Empoli, Spal e Napoli i gol subiti sono stati 7 e così il mister ha deciso di dare una scossa. Dentro Mirante, che oltre a parlare italiano, qualità necessaria per organizzare e gestire al meglio la difesa, aveva anche dimostrato nelle partite precedentemente disputate di esser pronto.

E i risultati non hanno deluso, anzi. Sono proprio le sue mani il motivo principale per cui la Roma ha potuto tentare di agguantare disperatamente la Champions fino alla fine.

Se il dato della percentuale dei passaggi corretti è inferiore a quella del collega, con il 65,8%, i lanci lunghi eseguiti correttamente sono invece superiori dato che sono 7,2 a partita, proprio come la lunghezza media dei passaggi, che è di 34,47 metri.

Si può anche facilmente notare la differenza di ideologia di calcio tra Di Francesco e Ranieri analizzando il numero di parate a partita. Se quelle di Olsen erano 3,95 e sono state considerate poche data l’enorme quantità di gol presi, Mirante addirittura ne ha fatte 2,7. Questo è perché da una parte Difra prediligeva un calcio più verticale ed offensivo, lasciando troppe lacune in difesa, mentre dall’altra Ranieri pensava a subire poco perché “tanto il gol prima o poi glielo facciamo” di Ranieri. Ciò che conta è la sostanza, e le 9 partite giocate da Mirante con il tecnico testaccino in panchina con soli 5 gol presi, ed altrettanti clean sheet realizzati, addirittura uno in più di Olsen che ha giocato 18 partite in più, sono la prova di una maggior resa.

Una felice sorpresa. Ora le voci di mercato sussurrano di un interessamento del Parma per il portiere italiano, che potrebbe però rivelarsi un comodo elemento per la prossima Roma.

CHE FUTURO?


Attenzione però: il ruolo di attore protagonista, per il bene della crescita della squadra, dovrebbe esser interpretato da un altro portiere, magari più giovane e qualitativo.

Cragno, Perin, Sirigu, fare un nome oggi è difficile, l’importante è che il prossimo giocatore che difenderà i pali della Roma abbia una buona padronanza dei piedi, peculiarità fondamentale per il gioco di Fonseca, e che sappia anche uscire dai pali, fungendo da ultimo difensore in ogni senso, pronto a tappare gli eventuali buchi lasciati dalla difesa.

Qualità, tempismo e agilità.
Chi sarà il nuovo portiere della Roma?

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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