[Nella tana] In cima alla piramide c’è El Shaarawy

È una triste sinfonia quella che ha accompagnato fedelmente la Roma in questa stagione. Una tetra musica dalla connotazione mortale che ha aumentato la sua intensità con il susseguirsi delle settimane, senza mai cambiare di tono. Una melodia che dal principio è suonata come campanello d’allarme e che si è conclusa con la pietra tombale della mancata qualificazione alla prossima Champions League. Sesto posto e tanti rimpianti.

Ma qualche barlume c’è stato. Nient’altro che una lucciola in una notte senza fine, ma pur sempre un segnale degno di menzione. In quel concerto di note errate e sinistre, lo spartito recitato da El Shaarawy è suonato fuori posto, quasi sbagliato. Un livello di mediocrità così avvolgente da far risultare atipico ciò che il 92 ha mostrato sul campo.

I numeri evidenziano la sua crescita, ma sono i comportamenti in campo e il cambio d’atteggiamento che issano l’italo-egiziano sul gradino più alto della piramide giallorossa.

ALTI LIVELLI

Stephan El Shaarawy finalmente ha raggiunto alti livelli. O meglio è tornato ad abbracciare un’altitudine così elevata, perché i suoi primi passi a livello professionistico coincidono con il punto più alto della sua carriera sino ad ora: 19 gol e 7 assist refertati da appena 20enne con la casacca del Milan. Numeri da fenomeno e giocate da sogno. Poi però gli infortuni, la discontinuità, le annate sfortunate tra Milan e Monaco e infine la lenta rinascita all’ombra del Colosseo.

E qui ci è rinato, ha ricominciato a dare del tu al pallone e alla fine è sbocciato definitivamente. Le primavere alle spalle sono 26, l’età perfetta per la farfalla che vuole spiccare il volo dopo esser stata crisalide per troppo tempo.

Una stagione, quella appena conclusa, da attore protagonista, vissuta al centro della scena con maturità e consapevolezza, senza mai esser sopraffatto dalla voglia di brillare né dalla paura di implodere.
11 reti e 7 assist il suo bottino accumulato tra la prima parte di gestione con Di Francesco e la seconda con Ranieri. Per entrambi i mister El Shaarawy è stato una certezza e le 28 partite giocate da titolare, poi 8 saltate per infortunio e qualcuna out per scelta tecnica, ne sono una prova.
Quelle 11 reti hanno portato 11 punti alla Roma, calcolando soltanto quei gol strettamente decisivi ai fini del risultato e senza neppure calcolare i passaggi vincenti.

I 6 differenti infortuni che hanno martoriato il suo principale antagonista di ruolo, Diego Perotti, costringendolo a giocare appena il 19% dei minuti a disposizione, hanno piantato saldamente le radici del Faraone sulla fascia sinistra, rendendolo un fulcro del gioco romanista. Nonostante la mancanza di concorrenza, o quasi, non ha mai lesinato nelle proprie prestazioni e anzi ha notevolmente aumentato il livello delle proprie performance rispetto al passato.

Rispetto alla scorsa stagione, invece, ha certamente giovato la continuità con la quale è stato schierato e soprattutto la fiducia che è stata riposta in lui, che in precedenza invece mancava. Inoltre El Shaarawy si è stabilizzato e specializzato sulla fascia mancina, giocando appena una volta, nell’ultimo match contro il Parma, sulla corsia di destra, a fronte delle 11 della passata annata.

La Heatmap stagionale di El Shaarawy nel 2017-2018: le zone rosse(che indicano le aree del campo più “vissute” dal giocatore), evidenziano che ha spaziato sia sulla sinistra che sulla destra, seppur con un’abbondanza sull’out mancino.

La heatmap stagionale di El Shaarawy nel 2018-2019: la corsia destra è praticamente inesplorata, mentre è aumentata la quantità di presenza sulla sinistra.

SÙ LA CRESTA

E così fiducia, più continuità, più consapevolezza, più una bella spolverata di gesti tecnici arrugginiti, hanno reso El Shaarawy una vertebra importante della spina dorsale della Roma, tanto che Ranieri lo ha sempre usato dal primo minuto tranne in tre circostanze, tutte legate a un infortunio.

Le 11 reti battezzate lo rendono il terzo giocatore che non sia una prima punta per gol fatti in Serie A, alle spalle di tale Cristiano Ronaldo(21 gol) e Josip Ilicic, che di esultanze ne ha mostrate 12.

Inoltre era proprio da quella stagione magica con il Milan a cavallo tra il 2012 e il 2013 che non tornava ad assaporare il sapore della doppia cifra di gol realizzati.

E oltre i numeri c’è tanta sostanza. Il Faraone è rimasto per troppo tempo incastrato nella sua crisalide per paura di spiccare il volo e non farcela, di cadere di nuovo senza possibilità di rialzarsi ancora una volta. Quest’anno però quel tempo ingabbiato in un limbo soffocante è terminato e ha lasciato il passo a un nuovo El Shaarawy, che non ha paura di guardare in alto con il petto in fuori e la mente sgombra.

In una stagione da archiviare per la Roma il 92 ha dimostrato di essere in grado di superare i momenti più difficili e di poter sobbarcare sulle sue spalle, oltre al peso della propria anima, anche quello di una squadra allo sbando, risultando il bomber più prolifico e il giocatore più costante per rendimento.

La cresta ora è alta e sfiora il cielo.
La testa è sulle spalle perché non si può più fallire.
El Shaarawy siede sul gradino più alto della piramide romanista.
Ora manca solo il rinnovo per far proseguire lo splendido matrimonio tra il giallo, il rosso e il Faraone.

Sono uno studente di 17 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *