Perotti conosce il peso dei gol

C’è stata la pioggia che ha lavato via tutte le immeritate sofferenze e il segno della croce che ha tenuto lontano il male da sé. C’è stato un abbraccio sentito e accorato con i compagni e quel gesto con le dita a forma di cuore come a testimoniare che ora sì, per davvero, Perotti è tornato a pulsare nelle vene della Roma. Perotti è rinato sotto la torrenziale acqua veronese. Si è rialzato una volta ancora scrivendo a caratteri cubitali il suo cognome nel tabellino finale della partita. Gol e assist. Meglio di così non poteva fare.

È successo tutto all’improvviso: l’infortunio di Kluivert al 35′, Fonseca che dice al numero 8 di prepararsi ad entrare, lui che entra ma vaga nel campo senza lasciare traccia delle sue qualità e poi d’improvviso Under che s’accende, illumina Dzeko con un filtrante e fa spegnere la luce nel cervello di Gunter, che butta giù il bosniaco. Trattenuta netta. Calcio di rigore. Neanche il tempo di chiedersi “ma tira Veretout, Kolarov o Perotti?”, che l’argentino ha già sistemato la palla sul dischetto. Lo sguardo basso giusto il tempo necessario per posizionare il pallone sul dischetto. Poi lo alza e lo incolla addosso a Silvestri. La rincorsa felpata, la pioggia che sgrana la vista, il no look, la palla che va dalla parte che voleva Perotti e il portiere pure e la storia che cambia. La Roma è tornata in vantaggio. Perotti è tornato a segnare. La pioggia continua a cadere. Ma ora non bagna più. Purifica.

PREZIOSO

Il rapporto tra Perotti e il gol è prezioso. Per un come lui che, pur giocando in porzioni di campo sempre offensive, la rete si è gonfiata al suo cospetto solo 51 volte in 377 partite, ogni volta è come se fosse la prima. L’ultimo gol segnato è stato all’ultima giornata dello scorso campionato, in una partita difficilmente dimenticabile tra il saluto a Ranieri, l’addio a De Rossi, e la speranza – vana – di accesso in Champions League. Quella sera la Roma in Champions non c’è andata, ma ha concluso la Serie A con una vittoria arrivata nei minuti finali proprio grazie alla testata rabbiosa del “Monito” – soprannome che deriva dalla sua agilità unita alla fragilità fisica e che in italiano vuol dire scimmietta.

Ne è la testimonianza lo scorso 24 agosto, quando alla vigilia dell’inizio della nuova stagione in casa contro il Genoa, è stato tradito dalla sua stessa coscia che lo ha punito per 48 giorni, costringendolo a perdere 9 partite. Poi il rientro balbuziente, tra scampoli di partita giocati senza convincere, una condizione fisica stentata e Kluivert che corre a velocità doppie alle sue. E così i minuti giocati fino alla partita contro l’Hellas erano appena 146. Poi la legge del contrappasso gli ha teso la mano e lo ha fatto immergere nelle acque sacre che bagnano Verona, facendolo uscire dal campo più fiducioso e credente di quando era entrato.

Ma oltre al processo di resurrezione dell’argentino, c’è un’ulteriore indizio che determina una prova certa delle sue qualità: Perotti segna sempre gol pesanti. Per lui che ama danzare e orbitare nella trequarti campo avversaria, fluttuando rigorosamente palla al piede a sinistra, a destra e al centro, creando spazi e riempiendo vuoti, invitando compagni al gol e stupendo spettatori con movenze da videogioco, il gol è la coronazione del suo essere. Il gol non è un gingillo, un ornamento da sfoggiare in ogni occasione. Nel suo DNA ci sono i geni per un numero esiguo di gol. Ma Perotti sa quando, come e contro chi farli valere.

NON SONO GOL DI CIRCOSTANZA

Che Perotti segnasse gol pesanti lo si era capito dal principio. O almeno da quando, alle seconda partita con la maglia della Roma versione 2015-2016, con Spalletti in panchina, Salah in campo e Totti in rosa, ha segnato il gol del 2-0 contro la Sampdoria che si rivelerà fondamentale nel 2-1 complessivo di quel match. Un tiro al volo di destro in semi-girata potente come pochi altri che ha lasciato senza parole Viviano e senza fiato i tifosi giallorossi.

Proprio come nel caso del gol al derby di ritorno della stessa stagione. È vero, il suo gol è stato quel del definitivo ed umiliante 4-1 in favore dei romanisti, ma un gol al derby vale sempre più di un gol normale. Figurarsi poi quando la rete in un derby arriva sullo 0-0. Facendo un balzo in avanti, precisamente al 18 novembre 2017, il gol che ha aperto le danze contro la Lazio ha avuto un peso specifico megalitico. Dagli undici metri, nonostante le emozioni del derby, i fischi avversari, le tensioni interiori e circostanti, i nervi di Perotti sono restati di ferro, lo sguardo di ghiaccio e il piede destro chirurgico. La corsa sotto la Sud con tanto di abbraccio di squadra successivo è la cornice di un momento indimenticabile. La partita terminerà 2-1 per la Roma, e il secondo gol degli uomini di Di Francesco sarà siglato da Nainggolan, su assist dello stesso Monito.

Poi c’è qualche altra prestazione pesante che è stata forse dimenticata ma che è degna di esser rispolverata. Come il gol più doppio assist contro il Pescara nel 2016 nella vittoria per 3-2 in casa. Oppure il gol dell’1-4 al San Paolo, contro il Napoli, nella notte in cui la banda giallorossa guidata da Dzeko ha fatto inginocchiare l’armata di Sarri. Nello stesso anno importante è stata la sua maniacale precisione dal dischetto nella vittoria striminzita per 1-0 ai danni del Crotone. Infine il gol del 2-2 contro la Fiorentina lo scorso anno, quando in piena crisi di risultati la Roma di Ranieri ha tentato di tirare fuori la testa dall’uragano per prendere fiato.

SCRIVERE IL NOME NELLA STORIA

Dulcis in fundo, ci sono occasioni nelle quali ha inciso le 7 lettere che compongono il suo cognome nella storia della Roma senza chiedere il permesso. Si è semplicemente preso la sua fetta di epicità. Come quando nel fortino reds del Liverpool ad Anfield, con una Roma sotto di 5 gol a 1, in semifinale di Champions, ha preso il pallone, l’ha messo sul dischetto e ha segnato un gol di piombo. Peccato per la mancata remuntada al ritorno. Ma quel 2-5 non sarà mai scordato. Proprio come, restando in ambito europeo, non potrà mai evaporare il gol del 3-0 segnato contro il Chelsea in casa. Una notte perfetta nella quale la Roma di Di Francesco ha strozzato i Blues di Conte dando un netto colpo di reni verso l’accesso agli ottavi di finale.

Un accesso che non sarebbe mai stato possibile senza un altro gol, sempre di Perotti, sempre che odora di storia, contro il Qarabag. Un colpo di testa perfetto su ribattuta dopo l’errore di Dzeko solo davanti alla porta. Un gol pesante decine di milioni per la Roma, ma soprattutto una felicità encomiabile per ogni tifoso romanista, che fino agli ultimi secondi del ritorno contro il Liverpool ha coltivato silenziosamente dentro di sé un utopico sogno europeo reso possibile anche da questa rete.

E poi c’è semplicemente il 28 maggio. Il giorno in cui 25 stagioni e 784 presenze dopo Totti ha smesso di giocare con la Roma. Una partita colma di retorica ma anche di sostanza. Di simbolismo ma anche cruda realtà. Perché la Roma doveva vincere per forza per andare in Champions. Perché la Roma alla fine ha vinto, ma lo ha fatto al 90′, dopo una folle partita in tipico stile romanista. Gli dei del calcio hanno voluto rendere omaggio a Totti e regalargli una festa tutta da gustare e hanno scelto di personificarsi nel piede di Perotti. Una silurata con il mancino da distanza ravvicinata che forse c’entra poco con la sua eleganza argentina, ma che c’entra molto con la storia della Roma.

Ed è per questo che domenica scorsa Perotti era lì. Immerso in un mare di abbracci, grida, felicità, pioggia, ricordi e romanismo. Perché una resurrezione così se la meritava. E anche sotto a tutto quel peso umano il Monito non sente il dolore. Perché l’unico peso che sente è quello dei gol.
Che non sono tanti, ma che sono sempre eccessivamente pesanti.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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