Qualche pillola di questa stagione per sorridere

Sono tempi duri. Dirlo è quasi inutile, ripeterlo è perfino controproducente. Non bisogna far altro che restare in casa e aiutare con il semplice rispetto delle regole l’enorme lavoro che stanno svolgendo le migliaia di persone – uomini, donne, ragazzi e ragazze – in tutto il Paese.

E allora è il caso di alleggerire i toni. Di guardare verso l’alto e di ammirare un cielo più terso di quello a cui ci stiamo abituando. Un cielo che verso l’imbrunire, per ognuno di noi tifosi romanisti, assume sempre tonalità gialle e rosse, miscelate da un velo di arancio che rende tutto più romantico. Più sincero, puro. Insomma, più romanista. Con la nostra Roma che non gioca tirarsi su di morale può sembrare complicato, ma non se si affronta ogni giornata con un piglio propositivo e innamorato. Non importa di cosa, l’importante è amare e stupirsi. Proprio come questi due bambini sulla propria terrazza, che con il cuore in mano e la gioia negli occhi intonano un “Grazie Roma” avvolgente come pochi altri.

O ancora come quest’altri due giovani tifosi, separati geograficamente ma uniti da un cellulare e soprattutto da una passione inestinguibile. È su questa ondata di positività e fierezza di tifare Roma che oggi rispolveriamo partite, azioni o anche solo attimi che in questa stagione ci hanno fatto germogliare un sorriso sul volto e perdere la voce. Perché la voglia di amare non potrà mai diminuire. Anzi aumenterà solo.

MISTER FONSECA

Non c’è un momento in particolare da scegliere per pensare a mister Paulo Fonseca e sorridere. Basta vederlo passeggiare a bordo campo, in piedi davanti alla panchina, a fare avanti e indietro con la mano destra sul mento e il capo leggermente chinato verso il basso per sorridere. Un sorriso che non c’entra con l’ilarità e nemmeno con la presa in giro. Un sorriso piuttosto che sa di tranquillità, di sicurezza, di famiglia. Fonseca è un allenatore che sa quando sorridere e quando urlare. Sa quando difendere i suoi e quando stigliarli per farli migliorare. La sensazione che quasi ogni tifoso della Roma associa a lui è proprio quella della sicurezza, perché “tranquillo, ci pensa Fonseca”. Come quando ha portato una squadra decimata dagli infortuni a volare ad altezze esorbitanti o quando ha ripreso in mano una situazione che pareva perduta.

Come quando ha perso ogni compostezza ed è andato a muso duro a protestare con l’arbitro. Forse no, non un gesto sportivo. Sicuramente non un momento eticamente corretto. Ma è l’attimo che più di tutti gli altri dimostra che Fonseca è uno di noi e che combatterà con noi fin quando siederà su quella panchina.

ZANIOLO CHE CI BACIA

No, Nicolò Zaniolo non ci ha mai baciati concretamente. E’ andato anche oltre. Ha fatto un gesto che non può esser preso con leggerezza. Ha sollevato dal petto lo scudetto e lo ha baciato. Mentre ci guardava fissi negli occhi. Non guardava nessuno in particolare e perciò ci stava guardando tutti insieme, uno per uno, senza lasciare nemmeno un tifoso senza quel bacio. Un gesto d’amore naturale, fatto perché ciò che sentiva dentro non poteva essere espresso in altro modo se non quello. L’ha fatto senza pensare al domani, tanto meno al dopodomani, semplicemente pensando a quel presente così innamorato da poter essere espresso solo in quel modo.

Ci ha dato un bacio da adolescente, da ragazzo, che ha tutto il significato del mondo. Uno di quei primi baci che non puoi scordare. E quindi il bacio dopo il gol contro il Milan e quello contro la Fiorentina sono attimi eterni.

“Recentemente ho baciato la maglia della Roma e voglio farlo ogni volta che segnerò

Fallo ancora, Nicolò.

L’EDIN MASCHERATO

Dzeko è sempre Dzeko. Da quando lo speaker lo annuncia al momento delle formazioni a inizio partita sino a quando segna. Il 9 che svolazza sulla sua schiena è nato per essere cucito su di lui.

Quest’anno ha gonfiato la rete per 15 volte, ma ce n’è una che spicca rispetto a tutte. Che si erge fieramente e sembra dire “guardami, applaudimi, questo sono io”. E quel gol è arrivato lo scorso 28 ottobre nella partita contro il Milan. Lo stesso match che poi ha visto Zaniolo baciare la maglia.
Quella Roma era incerottata come non mai. Tra infortuni e assenza varie non erano nemmeno convocati giocatori come Cristante, Diawara, Under, Pellegrini, Mkhitaryan, Zappacosta. Nomi che in quasi ogni occasione partirebbero titolari.

Ma quella Roma ha fatto di necessità virtù. Fonseca ha inventato una disposizione tattica per imbrigliare il Diavolo e Dzeko ha portato l’acqua santa. Ha segnato con un colpo di testa il gol dell’1-0. Niente di speciale apparentemente. Se non fosse che quel gol di testa è arrivato con Dzeko che giocava in mascherina a causa di una frattura allo zigomo che neppure lo avrebbe dovuto far giocare. Ma lui ha insistito e ha giocato. Poi ha segnato. Di testa, anzi di mascherina. Che poi gli è caduta mentre lui esultava e la indicava. Come a dire “guardami, applaudimi, questo sono io”.

CAMMINERÒ INSIEME A TE

C’è stata il 20 dicembre la Roma più bella dell’anno. Quella più in forma, più forte, più brillante, più dominante dell’anno. Ma soprattutto, in quella fredda serata toscana pre-natalizia, c’è stata la tifoseria più bella di tutte che ha fatto una delle cose più belle di tutte.

Ha cantato. Tanto, troppo forse. Anzi no, in frangenti come questo non c’è troppo, non ci sono limiti, non ci sono barriere. A Firenze, per Fiorentina-Roma, il settore ospiti strabordava di romanisti innamorati che volevano far trasparire il loro amore urlandolo al mondo, al cielo, alla luna.

E così hanno cantato. Lo hanno fatto durante la partita. Lo hanno fatto dopo. Lo hanno fatto saltando e abbracciandosi e dando vita a un nuovo coro. Inizia con “Camminerò insieme a te”. Prosegue con “l’AS Roma è la mia vita”. E’ la voce della Roma che ama.

QUESTO STEMMA HO NELLE VENE

Infine il derby. Quello di ritorno, che non abbiamo vinto per una casualità, per una maledetta distrazione. Ma quel giorno abbiamo vinto comunque. Per la semplice gioia di tifare la Roma e di ripeterlo senza mai stancarci a quelli che all’Olimpico popolano la Curva Nord.

Il giallo. Il rosso. Lo stemma. Le bandiere che sventolano. Un’unica voce che si leva. La voce di Roma che non può mai esser domata. E’ bastato questo per vincere quel pomeriggio.
Basta poco per sorridere. Basta tifare Roma. Anche in un periodo scuro come questo.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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