Quando un lampo di Totti fulminò la Juve

Quel giorno a Roma faceva freddo. Sarà stato il classico clima pungente di metà febbraio che puntualmente cala sulla capitale; o forse era il vento gelido che sferzava i cuori dei tifosi giallorossi, fin troppo logorati da una stagione al limite del grottesco. Ma di spunti per ridere non ce n’erano.

Nonostante tutto, quella sera allo stadio c’erano 55.000 anime pronte a sostenere la propria squadra disastrata e disastrosa per tentare di dare una logica, o quantomeno una vaga idea di senso, a una stagione arida. Perché alla fine Roma-Juventus è sempre la partita per antonomasia, quella in cui per 90 minuti il sogno si mischia in un connubio d’irrazionalità con i desideri e assume forme sempre diverse. E anche se la fine è quasi sempre quella più scontata, quando quel quasi sostituisce l’ovvietà il cuore inizia a galoppare verso lidi così preziosi che se fossero usuali perderebbero la loro unicità.

Quel giorno a Roma era buio. Ma anche quando il buio soffoca ogni proposito basta un lampo per tornare a respirare. E quel 16 febbraio 2013 non filtrava un raggio di luce. Il temporale copriva tutto. Ma se tuona, da qualche parte lampa.

LE PREMESSE

Le premesse di quella partita erano pessime. Nulla di nuovo sotto l’ombra del Colosseo, ma la Roma targata 2012-2013 era una squadra completamente allo sbando, senza capo né coda, la cui unica speranza era quella di portare la propria carcassa al riparo per poi, in estate, pensare all’ennesima rifondazione strutturale.

Il tentativo del direttore generale Franco Baldini e del direttore sportivo Walter Sabatini agli albori della stagione era quello di ricostruire una Roma spumeggiante, dinamica e godibile per i tifosi. E allora salta in sella Zdenek Zeman, che lascia il Pescara appena tornato in Serie A grazie allo stesso boemo, che per la seconda volta diventa allenatore della Roma.
Però le cose non vanno, la stagione va a rotoli dopo che l’iniziale altalena impazzita di risultati si è stabilizzata ad un’altezza decisamente bassa, cosicché il 2 febbraio l’allenatore viene esonerato.

Ecco perciò che si insedia Aurelio Andreazzoli, ex collaboratore tecnico di Spalletti alla Roma dal 2005 al 2009, che già nel 2011 era tornato nella capitale per affiancare Montella prima e Luis Enrique poi. La società di James Pallotta decide di appuntare sulla divisa del toscano i gradi di allenatore, seppur con una carica esclusivamente temporale. Il classico ruolo del “traghettatore”.

E se il buongiorno si vede dal mattino, allora la sconfitta all’esordio in terra genoana, sponda blucerchiata, era il lampante segnale di un preludio di sofferenze e ignobiltà. La Sampdoria vince 3-1, la Roma continua a sprofondare in classifica e, tra le altre cose, Osvaldo ha la brillante idea di rilevare capitan Totti dalla battuta del calcio di rigore. Naturalmente il “Re Leone” tirerà uno dei rigori più imbarazzanti di sempre e i giallorossi ci lasceranno le penne.

Allora è alta marea. Dopo 25 giornate i punti guadagnati sono 37 e quelli di distacco dalla zona Europa League, obiettivo stagionale minimo, sono 6 e l’Inter li custodisce avidamente. Intanto la Lazio naviga col vento in poppa al quarto posto a sette lunghezze di distanza.

Insomma, il bilancio prima che l’arbitro Rocchi desse fiato al fischietto e decretasse l’inizio della partita contro la Juventus era nettamente negativo. Così tanto che lo stesso Andreazzoli ammette che “se fossi un calciatore in questo momento non verrei mai alla Roma”. Un’onestà non richiesta, ingenua, che ha gettato benzina su un fuoco già divampante. Ma forse, con il senno del poi, ha risvegliato qualche assopito briciolo d’orgoglio di quella squadra.

TOTTI

Poi però c’è Roma-Juventus. La partita diversa, che scalda i cuori di tutti anche quando il temporale imperversa. Ma per il romanticismo quel giorno non c’era spazio, e neppure per i sogni, soffocati da una grigia nube di mediocrità. Ciononostante lo stadio era ricolmo di tifosi, innamorati come prima ma stremati da una squadra raramente all’altezza delle aspettative. Tutto sembrava poter pendere dalla parte della Juventus, prima in classifica a più 5 dal Napoli, alla disperata(e inutile) rincorsa perpetua.

Il primo tempo è sterile, privo di sussulti né occasioni da batticuore, l’unica dettaglio da citare è che Andreazzoli scegli di affidarsi ad un inedito 3-4-2-1 per fronteggiare i campioni d’Italia. Sembra essere un altro piatto aggiunto al pasto della Juventus.

Ma tra i sogni di gloria torinesi e gli incubi di dolore romani c’è un fattore. Un fattore non calcolato e non calcolabile, perché difficilmente associabile al mondo concreto, data la sua natura semidivina.
Il 10 sulle spalle, la magia in mezzo ai piedi e il cuore di migliaia di tifosi incollati sul suo, di cuore. Quella sera Francesco Totti ha cambiato tutto. Ha scambiato i sogni con la realtà e li ha consegnati di persona alla sua gente, ansiosa si riempirsi l’animo con una serata come quella.

Mentre la partita sembrava scivolare verso l’oblio dell’anonimato lui ha frustato il fato e lo ha sottomesso a sé. Una palla apparentemente innocua respinta dalla difesa della Juve dopo la punizione di Pjanic, orbita attorno al piede destro del Capitano. 25 metri di distanza, un muro di giocatori avversari davanti, un grado di difficoltà troppo elevato. Che fare, allora?
In realtà Totti questo quesito non se lo pone, in mente aveva già tutto prestabilito con grande chiarezza. Così quando quel pallone si avvicina docilmente a lui, il 10 scatena tutta la sua rabbia, quella dei tifosi e dei compagni in un missile imprendibile. 113 km/h, Buffon è allibito, la rete si gonfia come poche volte nella storia, il pubblico impazzisce e lui si gode un abbraccio rimandato troppo a lungo.

Proprio quando la Roma aveva messo la testa sott’acqua, il suo capitano l’ha salvata.
A fine stagione la squadra arriverà fuori dalle coppe europee e perderà la finale di Coppa Italia contro la Lazio.
Una partita apparentemente futile, ma dal peso morale inestimabile.
Una dimostrazione che anche quando tutto è buio, basta un lampo per rianimarsi.
Forse un lampo fine a se stesso.
Ma per quella notte fu l’eternità.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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