Quell’utopica idea di mentalità vincente

Non sempre il successo ha come diretta conseguenza un sorriso a 32 denti stampato sul volto. E neanche una sensazione di soddisfazione che pervade l’animo. Perché sebbene la Roma alla fine il suo compito l’abbia portato a termine, il contorno che ha accompagnato questo risultato rende tutto amaramente più grigio. 2 vittorie, 3 pareggi e una sconfitta in un girone di medio livello sono la cornice che riassume il perché lunedì 16 dicembre, al momento del sorteggio dei sedicesimi di finale, la Roma non sarà nell’urna tra le prime, ma il suo nome apparterrà alla seconda fascia. Che poi, tra torti arbitrali enormi ed errori altrettanto mastodontici compiuti nelle partite precedenti, la possibilità per tagliare il traguardo per primi c’era. E quando l’ultima salita prima dell’arrivo si chiama Wolfsberger, e all’arrivo il traguardo è già stato tagliato dall’Istanbul Basakhseir, vuol dire che i meriti non sono sufficienti.

E quindi la corona che viene posta sul capo della Roma, arrivata alla fase ad eliminazione diretta dell’Europa League, brilla molto meno di quanto ci si aspettasse. In momenti come questo il sentimento che prova è ambivalente: da una parte l’idea che “il fine giustifica i mezzi”, e che il risultato, seppur sporco e meno pieno del previsto, è arrivato. Dall’altra la convinzione che con una testa diversa la fine sarebbe stata diversa, ed avrebbe fatto rima con dignità e soddisfazione.

LA TESTA PRIMA DELLE GAMBE

Entrare in dinamiche tattiche sarebbe con ogni probabilità una forzatura. Il motivo è uno e uno soltanto: la Roma non è mai realmente scesa in campo con la volontà di vincere. O quantomeno la volontà di vincere c’era, ma era sepolta sotto strati di pigrizia, eccessiva consapevolezza dei propri mezzi e distrazione. In altre parole, un’ingiustificata indolenza. I giallorossi non hanno approcciato la partita con l’idea di mordere e assaltare il match come al solito, seguendo il percorso di maturazione iniziato in questi mesi con Fonseca in panchina. Al contrario, c’è stata una nuova immersione nella stagnante mentalità del non-vincente. Perché la costruzione di una mentalità vincente, ovvero la volontà di vincere sempre, anche quando non serve, anche quando all’apparenza è tutto facile e scontato, proponendo un atteggiamento convinto e attivo, passa anche da tappe come questa. Che puntualmente vengono fallite.

E quello di ieri è un fallimento che nasce nella testa dei giocatori e si propaga poi nelle gambe e nelle giocate. Così il pressing del modesto Wolfsberger è diventato un soffocamento continuo, i passaggi più semplici una moria e la fase difensiva – che parte dalla fase di pressing, e quindi dagli attaccanti stessi – un costante buco nero.

PAROLE CHE TESTIMONIANO

A fine gara ci sono state le parole dei protagonisti che testimoniano che la pessima prestazione è stata figlia di una pigrizia mentale che si è pagata con il prezzo del primo posto nel girone perso.

Perotti ha detto che “pensi che queste partite siano già vinte. Non abbiamo avuto l’atteggiamento giusto, pensavamo di poter vincere semplice.” Spinazzola gli ha fatto eco :”Abbiamo sbagliato atteggiamento nel primo tempo, abbiamo subito la loro aggressività.” Veretout è entrato a gamba tesa, proprio come è solito fare in campo, e ha sentenziato che “bisogna cambiare atteggiamento perché così non si va da nessuna parte. Abbiamo sbagliato la partita. Ci prendiamolo la qualificazione del match di oggi (ieri ndr).”

Poi c’è stato Fonseca, che non ha fatto sconti ai suoi e ha condannato la prestazione di ieri. E così furibondo, ai microfoni ha detto che “non mi è piaciuto l’atteggiamento della squadra, dovevamo essere più aggressivi. Abbiamo pensato che la partita fosse troppo facile, comunque qualche giocatore non mi è piaciuto.”

CAMBIARE

Ora bisogna cambiare, crescere, evolversi, intraprendere un percorso di metamorfosi che abbia come risultato finale la mentalità vincente. Perché a inizio stagione è stato dichiarato apertamente che l’Europa League è un obiettivo concreto, e che la vittoria non deve essere considerata utopia, ma una possibilità concreta.

Ma non è giocando come ieri che si arriva da qualche parte. Ora bisogna ripensare agli errori compiuti e ricominciare con determinazione. Perché dagli errori si può anche trarre nettare vitale per migliorare. Ed è arrivato il momento di spiccare il volo. Con un’altra testa.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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