Roma

Recap del girone di andata: cosa manca alla Roma

In un mese, il mondo sembra essersi capovolto: fino al brutto episodio che ha visto coinvolto Daniele De Rossi in Genoa-Roma, i rilevatori emozionali del tifo giallorosso erano tutti indicizzati verso l’altro: certamente, la Roma di Eusebio Di Francesco segnava poco, per quelle che erano le attese, ma si era dimostrata solida, portava a casa numerose partite col minimo sforzo e si apprestava a superare, da prima, un girone di Champions che ad agosto sembrava impossibile. Oggi, mentre ci si prepara a festeggiare il nuovo anno, gli aficionados snocciolano il solito, amaro, rosario che accompagna ogni stagione Romanista, quello dei punti persi:: Marassi, come ricordato, Verona, con i miracoli di Stefano Sorrentino a far da corollario, la rovinosa uscita dalla Coppa Italia sofferta a domicilio contro il Toro, il solito obolo da pagare allo Stadium e, in chiusura, la rete di Missiroli. Cosa è successo alla Roma? Quali carenze ha mostrato quella stessa squadra che, in autunno, annichiliva il Chelsea e giocava alla pari per settanta minuti al Wanda Metropolitano?

Sul banco degli imputati è ovviamente finito Eusebio Di Francesco: il tecnico di Sambuceto, arrivato con la nomea di zemaniano, per sua stessa ammissione ha iniziato a costruire la sua Roma partendo da una solida fase difensiva: zona pura, movimenti sincronizzati avendo sempre il pallone come riferimento, pressing alto, 4-5-1 come blocco posizionale. Per converso, la fase offensiva, auspicata come fiore all’occhiello della squadra, si è rivelata particolarmente farraginosa, salvo poche eccezioni, soprattutto a causa dell’ancora non eccellente intesa tra Edin Dzeko e Patrik Schick. Come rilevato al momento del suo acquisto (http://www.febbredaroma.it/alla-scoperta-di-patrik-schick/) il giocatore ceko avrebbe dovuto adattarsi ad un nuovo ruolo, attraverso l’aggiustamento di alcuni meccanismi cari a Di Francesco: nell’analisi, occorre tener presente dei problemi fisici avuti dal ragazzo, i quali ne hanno rallentato il rientro e, ad oggi, lo rendono ancora poco brillante. Nel dettaglio, sembrerebbe ancora piuttosto difficile da digerire la posizione da tenere all’interno del sistema, soprattutto in fase difensiva: in questo specifico settore, Di Francesco adotta ancora il 4-5-1, costringendo Schick ad un lavoro di fascia che non sembra in grado di poter sostenere. Sembrerebbe auspicabile, come scrivevamo ad agosto, modificare leggermente la conformazione difensiva della squadra, adottando un 4-4-1-1 che preveda lo scivolamento dell’intermedio destro di centrocampo sull’esterno e l’affiancamento del ceko a Dzeko. In tal modo, si produrrebbero due effetti positivi: riconquistato il pallone, la Roma potrebbe sfruttare la vicinanza tra i due attaccanti; inoltre, si avrebbe uno schermo già pronto all’uso per togliere dal gioco i playmakers avversari, se lo schieramento tattico avverso prevede quest’opzione.

 

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Un’ulteriore elemento su cui Monchi dovrà cercare di lavorare è irrorare nel tessuto connettivo della squadra qualità e piedi buoni: come ha avuto modo di dire lo stesso Mister in mixed zone, molto spesso i portatori di palla si trovano a sbagliare le scelte da eseguire negli ultimi metri, pur avendo a disposizione numerose linee di passaggio da vagliare: in un momento di particolare brillantezza fisica, come quello autunnale, la capacità della squadra di portare il volume di gioco a livelli iperproduttivi copriva questa lacuna, immediatamente riemersa non appena il tono fisico si è comprensibilmente abbassato. Non è un caso che, nelle ultime due gare, uno dei migliori sia stato Lorenzo Pellegrini; il ragazzo dell’Appio Latino porta in dote molto dinamismo, capacità di giocare il pallone rapidamente, visione di gioco e inserimenti. Kevin Strootman ad oggi sembra il lontano parente della lavatrice ammirata nel primo anno e mezzo romano, nonché del giocatore da ultimo passaggio che Luciano Spalletti aveva riciclato nel suo sistema l’anno scorso; Radja Nainggolan, dopo i fasti della stagione 2016/2017 da trequartista, sta trovando ancora qualche difficoltà a riadattarsi al vecchio ruolo, sebbene forse le problematiche maggiori siano da ricercarsi negli spazi stretti in cui predilige muoversi questa versione della Roma, a dispetto di quella lunga e dedita alle corse in profondità dell’anno scorso: evidentemente, il belga, grande agonista ma trattatore non più che discreto del pallone, non ha la capacità necessaria per districarsi in pochissimi metri di campo, mentre dice abbondantemente la sua quando la Roma si distende in ripartenza; nel ruolo di mediano davanti alla difesa, forse, servirebbe un giocatore che riesca a sintetizzare la protezione difensiva garantita da De Rossi e la capacità di uscire alto in pressing, nonché di trovare l’uomo negli half spaces di Maxime Gonalons. Ad oggi, la Roma esprime come sue migliori fonti di gioco Aleksandar Kolarov e Diego Perotti; poco, se pensiamo a quanti giocatori in grado di cucire trame hanno a disposizione Juventus e Napoli.

 

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Se pensiamo alla posizione di classifica, la Roma sta facendo il suo: si è all’inizio di un progetto a lungo termine, il quale prevedeva come obiettivo principale il rientro in Champions, target ampiamente alla portata dei giallorossi. Bisogna armarsi di pazienza e lungimiranza, sia nella segrete stanze di Trigoria, sia per quanto concerne la piazza, che inizia a dare già pessimi segnali di nervosismo. Non sono questi gli ingredienti di cui ha bisogno la squadra, che ha anzi bisogno del calore e dell’affetto della sua gente, nonché di pochissimi ritocchi e accorgimenti per ricominciare a correre. Ciò che sta nascendo non può essere messo in discussione dopo sole diciotto partite di campionato.

 

Nato a Foggia il 13/09/1994. Vivo a Roma da quattro anni, studio Giurisprudenza alla LUISS. Romanista da sempre, amante del calcio in generale.

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