Schiacciati nella terra di mezzo del non equilibrio

La ricerca dell’equilibrio non ha portato ancora a un lieto fine. L’imperativo alla vigilia della partita con la Sampdoria era vincere. Vincere per tornare a correre invece che zoppicare, per superare il confine che separa la speranza dalla realtà e per dimostrare che questa Roma può battagliare con le nobili del calcio italiano. E invece non è successo niente di tutto questo.

Anzi, invece che saltare sul trampolino dei 3 punti i giallorossi si sono infossati ancora di più nelle sabbie mobili delle difficoltà, che giornata dopo giornata si accatastano e non accennano a diminuire. C’è stata la sfortuna, gli arbitraggi ai limiti della malafede e gli infortuni – unico vero filo conduttore di questa prima fase stagionale, con Cristante e Kalinic che hanno alzato bandiera bianca nel primo tempo – ma ora stanno emergendo con una foga sempre crescente i problemi interni alla squadra.

Da Genova perciò si ritorna con un solo punto in tasca e una situazione in classifica che con il passare delle settimane comincia a incrinarsi sempre più. Sesto posto e delusione.
Una partita che sa di occasione sprecata.

SE NON TIRI NON SEGNI

Se non tiri non segni. Concetto banale, primordiale, apparentemente superfluo da ricordare ma evidentemente cruciale nella partita che si è vista. 9 tiri di cui appena 1 nello specchio della porta – tra l’altro bloccato agevolmente da Audero – sono il sintomo del problema principale di questa Roma: non si segna. O almeno non si segna più, perché se nelle prime 4 partite la media era quasi eccessiva, date le 3 reti ogni 90 minuti, nelle successive 6 è calata a 0,83. Contro Bologna, Atalanta, Lecce, Wolfsberger, Cagliari e Sampdoria sono state realizzate 5 reti, che hanno portato ad accumulare 8 punti sui 13 disponibili in campionato e 1 su 3 in Europa League.

La sensazione è quella di una Roma spuntata, che se non trova in Dzeko il totem onnipresente dell’attacco, fatica a creare. In tal senso è d’obbligo aprire la parentesi infortuni, che più che una parentesi diventa la fonte primaria di ogni guaio. Davanti la Roma nell’ultimo periodo ha dovuto sopperire alle assenze di Perotti, Under, Mkhitaryan, Pellegrini e parzialmente di Dzeko e Kalinic.

Un martirio che non può passare in secondo piano e che ha come conseguenza naturale quella dell’aridità offensiva di questa squadra. I giocatori cambiano ogni partita e non si riesce a creare una continuità di gioco e un’intesa tra gli interpreti. Perotti può essere un’ottima pedina nel gioco di Fonseca, Under prometteva scintille, Mkhitaryan aveva iniziato a razzo e anche nelle successive uscite in cui non aveva brillato aveva dimostrato la sua importanza e Pellegrini era senza dubbio assieme a Dzeko il faro della squadra. Dover sopperire all’assenza di tutte queste figure contemporaneamente rende le mosse offensive ridotte all’osso, privando la squadra di ogni possibilità di cambio, sia tattico, che interpretativo, che di passo.

Ma al netto di tutte queste problematiche non si è ancora trovato un controbilanciamento. Kluivert e Zaniolo non producono, proprio come Kalinic, l’apporto dei centrocampisti – anche loro flagellati dagli infortuni – è inesistente e non si sfruttano nemmeno i centimetri a disposizione sulle palle inattive.
Perciò se concettualmente la partita di Genova può esser definita un’occasione mancata, in realtà di occasioni da gol non se n’è vista neanche l’ombra. Gli expected goals prodotti sono appena 0,44, un’inezia, e la maggior parte sono stati creati dal 70′ in poi e sono stati per lo più frutto di tiri isolati e casuali.

Gli expected goals della partita

CONFUSI

Tutto ciò va di pari passo con un gioco che stenta a prendere forma (sempre al netto degli infortuni). Sia chiaro, nessun processo contro Fonseca né il suo lavoro, le potenzialità ci sono e questo è evidente, e lo era in particolar modo sino a qualche settimana fa. E il nodo è proprio qui: la Roma è in un processo di regressione, più che di evoluzione. Quella che era una squadra che prometteva fuoco e fiamme, tra giovani che dovevano adattarsi, un gruppo che doveva imparare a conoscersi e una fase difensiva che doveva crescere, si è bloccata a metà del processo evolutivo. Non è diventata, almeno sinora, né carne né pesce. Ha migliorato la fase difensiva ma ha praticamente annullato la produzione offensiva.

Perché in effetti dietro la musica è cambiata. Perché nelle prime 4 partite la Roma aveva subito 6 gol e nelle seguenti 6 ne ha subiti appena 4. Sintomo che nelle retrovie Fonseca è riuscito a trovare un equilibrio grazie a un’impostazione di squadra più equilibrata e coperta, ma allo stesso tempo sta stentando avanti. Inoltre, la crescita visibile di Mancini e il perfetto adattamento di Smalling hanno contribuito a far passare giornate più tranquille a Pau Lopez, che a Genova ha fatto 4 parate per un totale di 0,63 expected goals subiti.

EQUILIBRIO

E allora è l’equilibrio la chiave di volta di questa Roma. I punti persi contro Genoa, Cagliari, Sampdoria e in Europa League Wolfsberger, avranno sicuramente conseguenze sul futuro giallorosso, ma nulla è ancora compromesso.  La nota positiva è che Dzeko è pronto a tornare dopo i 50 minuti giocati ieri, Perotti sta tornando dopo mesi di lontananza – anche per lui rientro contro la Samp nei minuti finali – e Under e Mkhitaryan in settimana dovrebbero tornare ad allenarsi con il gruppo per puntare una convocazione con il Milan.

Ma oltre ciò la Roma deve trovare un equilibrio interno che prescinda dagli uomini in campo. Bastano due semplici statistiche per capire che bisogna colmare lacune sia a livello fisico che tecnico. I contrasti vinti dalla Roma sono stati appena 12, la Sampdoria ne ha vinti 17. Tecnicamente invece, il 65,2% di possesso palla ha portato a 26 palloni perduti – i doriani 22 – ma soprattutto all’84% dei passaggi riusciti, un numero insufficiente per una squadra che deve gestire il pallone nella trequarti avversaria. Su tutti spiccano: Florenzi con il 71%; Kolarov 72%; Pastore 78% e Zaniolo 79%. Giocatori cruciali che fanno troppi errori tecnici e che limitano fortemente la pericolosità in avanti.
Basti vedere l’occasione del primo tempo con la Roma in ripartenza che vanifica un’azione d’oro. Con un passaggio filtrante Pastore ha servito Zaniolo nello spazio che ha dribblato un giocatore avversario, creandosi la possibilità di mandare Kalinic solo davanti ad Audero. Ed è quello che è successo, con la sola variante che il passaggio di Zaniolo è stato impreciso e il portiere avversario è arrivato prima del centravanti croato.

E allora c’è una somma di fattori che sta rendendo la Roma un’equazione più difficile del previsto. Imprecisione, sfortuna, torti, infortuni, errori, confusione. Il rischio è quello di rimanere intrappolati in un corpo a metà strada tra ciò che si dovrebbe essere e ciò che si è veramente.
Una terra di mezzo che inizia a stare stretta a questa Roma.
L’equilibrio non è ancora stato trovato, ma le carte per trovarlo ci sono.
Ora sta al mazziere giocarle al meglio.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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