simone liberati

Simone Liberati a FDR: “Calcio deve essere passione”

Durante la nostra trasmissione Febbre da Roma (in onda su Non è la radio), abbiamo avuto il piacere di intervistare l’attore romano Simone Liberati. Ecco le sue parole:

Simone, cosa ti ha tolto questa pandemia a livello lavorativo?
A livello lavorativo ha tolto banalmente il lavoro, ha disgregato ogni possibilità di trovarsi su un set insieme a 30, 40, 50 persone. I set sono composti da tantissime persone che lavorano a stretto contatto, questa possibilità ancora non c’è e un pochino nel corso di questi mesi ho maturato la consapevolezza che questo lavoro è completamente inadatto al tipo di emergenza che stiamo affrontando. Ci ha tolto il lavoro e questo rammarica e mette tristezza.  Avevo due film in uscita e ovviamente sono stati bloccati, poi tutti i film che erano in uscita nelle sale cinematografiche sono fermi e il destino del cinema e delle sale è messo a repentaglio. Questa situazione tocca il cinema come lavoro ma anche come fruizione del pubblico ed è tutto condizionato.

Come ti sei approcciato alla recitazione?
Già da bambino, quando giocavo con i miei amici nel cortile, mi inventavo dei personaggi e delle storie e restavo lì a giocare tutto il giorno, una cosa bellissima. Non ho più abbandonato tutto questo, ho proseguito negli anni successivi e quando ho iniziato a vedere film impegnati e impegnativi ero sempre molto concentrato sull’idea di raccontare delle storie: ho pensato che il modo migliore per farlo fosse la recitazione. Volevo raccontare attraverso di me le persone, gli esseri umani che reagiscono alle circostanze della vita, perché poi è questo che facciamo. Intorno ai 18 anni ho capito che volevo fare il regista, ma che per farlo dovevo capire come dirigere gli attori; ho iniziato un corso di recitazione senza però l’idea di diventare attore. Ad un certo punto ho però capito che era quello che volevo fare quindi ho intensificato il percorso di formazione attoriale e ho fatto un serie di scuole e ho frequentato la Gian Maria Volontè, orientata proprio sul cinema, e ho iniziato a muovere i primi passi.
simone liberati

Qual è il personaggio interpretato al quale sei più legato?
Ti dico Stefano di Cuori Puri. Non solo perché è stato il mio primo ruolo da protagonista, ma anche perché era un film preparato per tanto tempo, mi ha impegnato per molto tempo, mi ha permesso di conoscere tante persone e fare esperienze di una vita, quella del personaggio, che mi sono poi trovato a scoprire e non avrei immaginato di vivere. L’esperienza ai palazzoni, a Tor Sapienza (dove il film è ambientato ndr) è stata molto intensa, quindi per forza dico Stefano. Non era nemmeno un personaggio semplice, ma il regista, De Paolis, rese le cose molto facili. Avvenne tutto con molta naturalezza, andammo in mezzo ai palazzoni per conoscere gli abitanti del quartiere a chiedere se volessero raccontarsi e parlarci della loro zona e dei problemi che c’erano, e lo fecero tutti, c’era una grande voglia di aprirsi. Abbiamo trovato porte aperte, siamo andati a casa della gente, c’è stato un lato umano molto forte, il lavoro non finiva mai quando finivano le riprese e ho frequentato il quartiere anche molto dopo la fine delle riprese.

Un regista da cui vorresti essere diretto e un attore con cui vorresti lavorare o magari dirigere tu da regista?
Tutti quelli bravi (ride ndr). Volendo sognare in questa fase così particolare, ti dico Werner Herzog, che amo molto. Oppure Lars Von Trier o Pablo Larrain. Un attore che vorrei dirigere ma col quale mi piacerebbe anche lavorare è Alfredo Castro, attore cileno secondo me fra i più bravi al mondo.

E’ disponibile su Raiplay L’ultimo piano: all’ultimo piano di un palazzone della periferia romana le vite di tre giovani coinquilini si intrecciano con quella di Aurelio, un ex-cantante punk prigioniero del suo passato glorioso. Un film corale scritto e diretto da un gruppo di giovani cineasti con la supervisione di Daniele Vicari. Cosa puoi dirci di questo film?
Progetto che nasce dalle menti creative di tutto un triennio di giovani cineasti che si sono formati nella mia stessa scuola, la Gian Maria Volontè, scuola meravigliosa che ha dato poi la possibilità a questi ragazzi di fare un loro primo lungometraggi che i nove registi del triennio hanno diretto tutti insieme. Ci sono legato sia perché è il film della mia scuola sia perché è un esperimento, ha un’unica drammaturgia, una sola storia ed è diretto da tanti registi tutti insieme: un caso più unico che raro. Non era facile, eppure i ragazzi sono riusciti a lavorare insieme andando sempre d’accordo, cosa vi assicuro insolita, lavorando sempre in modo affiatato. Hanno lavorato molto bene e la sorpresa è stata grande, tutti e nove avevano una sensibilità nel raccontarti le cose molto poco comune per dei registi, figuriamoci per dei ragazzi così giovani, di 22, 23 ,24 anni. Siamo stati tutti molto contenti di far parte di questo film. Il prodotto finale è un film vero, bello, che vale la pena vedere perché tutti i ragazzi, di tutti i reparti (scenografia, montaggio, suono), ci hanno lavorato con passione: cosa che quando diventi un mestierante rischi di perdere. La cura e l’amore con cui hanno curato ogni dettaglio è stata commovente.
(qui il link per vedere il film su Raiplay)

Come è stato interpretare Zero ne La profezia dell’Armadillo?
Io mi diverto a fare quello che faccio, quindi anche se può sembrare banale è stato bello. Ho lavorato poi spesso in oppia con Pietro Castellito, Valerio Aprea, Laura Morante, tutti attori molto diversi fra loro che portavano la loro carica attoriale e non era mai facile fare le scene insieme, per caratteristiche di attori proprio, a è stato entusiasmante anche perché le cose facili non ci piacciono. Una sfida ulteriore poi fare Zerocalcare, notissimo fumettista, e cercare di capire cosa il pubblico avrebbe recepito, come sarebbe stato accolto il film. Con sincerità dico anche che a un certo punto me ne sono anche fregato, perché volevo fare il mio racconto anche da lettore di Zero.

Come sei diventato tifoso della Roma?
Da bambino, tutti i miei amici erano della Roma e lo sono diventato anche io. Io sono un tifoso ma non ortodosso, accanito, mi piace tifare ma tranquillamente, se vince o perde va bene, resto tifoso. In famiglia nessuno ha una vera passione calcistica, mio padre è un tifoso interista ma anche lui tranquillo, non sono stato indottrinato da nessuno. Mi ricordo che quando ero piccolo a scuola cantavo i cori per Abel Balbo.
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Qual è il calciatore giallorosso a quale sei più legato (escludendo magari Totti), non per forza di adesso?
Anche se appartiene ad un’epoca che di fatto non ho vissuto, devo dirti in cuor mio Agostino di Bartolomei, e comunque in generale sono affezionato alle icone del passato della Roma, come Conti. Ho una visione molto romantica del passato e invece molto disincantata dell’era presente. Non riesco ad affezionarmi alle bandiere di oggi, non so bene perché ma percepisco il cambiamento del mondo del calcio, quando i soldi si intromettono troppo nelle cose spostano tutto. Oggi un giocatore che mi piace molto è Zaniolo, sul quale ho un triste aneddoto.

Dicci l’aneddoto su Zaniolo
E niente, l’ultima volta che sono andato allo Stadio era Roma-Juve, col mio amico Alessandro. Non devo aggiungere altro no? Purtroppo dopo quell’azione bellissima, che tutti ricorderete, si è capito subito quanto fosse grave l’infortunio e da lì la Roma ha perso qualcosa, è iniziata una fase più dura, quel momento ha fatto iniziare il declino, la pandemia…La percezione della gravità è stata immediata, sono volate frasi blasfeme e quando siamo andati via dallo Stadio eravamo veramente tristi, zitti, muti, è stato terribile.
Ho visto che è tornato ad allenarsi oggi, speriamo bene.

Partita che ricordi con più affetto?
Siccome ero allo Stadio con mio padre, dico Roma-Barcellona con l’incredibile gol di Florenzi, storia recente

Cosa ti augureresti per la Roma nel prossimo futuro?
Di trovare un’anima vincente, una forza, la voglia di meravigliarsi, di stupirsi e di stupire. Il calcio rimane quello, passione, quello che ci regala è poetico e molto magico. Una cosa che anche chi fa il calciatore non dovrebbe mai dimenticare, altrimenti perde parte dello scopo ultimo del suo lavoro. In ogni caso per me viene prima la maglia poi il giocatore.

Giornalista pubblicista, appassionato di sport e comunicazione, laureato in Storia Contemporanea

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