Stoicismo, maschere di ferro e cuori d’acciaio

In occasioni come questa le parole diventano una cornice non richiesta. Basterebbe guardare le immagini e godersi qualche attimo di pura gioia. Dzeko che segna con la maschera; Pastore che recupera un pallone in pressing all’ultimo minuto; Kolarov che pur di evitare di prendere gol si lancia di testa rischiando di spaccarsela; Çetin che entra in campo a testa alta; Fazio e Smalling che calamitano ogni pallone pericoloso; Zaniolo che bacia la maglia e accarezza chi lo critica; Mancini che fa lanci di 30 metri; Fonseca che esulta e sorride, proprio come noi, e pure Florenzi che rimane in panchina 90 minuti e al triplice fischio corre in campo ad esultare con i compagni. Sono tutte immagini che parlano da sole. Che emettono una musica dolce, una melodia sublime sulle note di “Grazie Roma”. Sorrisi, abbracci, esultanze, facce distese, 3 punti e vittoria contro una concorrente. Insomma, i presupposti per passare una buona serata ci sono tutti.

STOICI

Se aprite il dizionario e andate alla voce “stoicismo”, tra una definizione e un riferimento a Zenone, troverete da oggi un nuovo collegamento: quello della Roma di Fonseca di ieri sera. L’allenatore portoghese si è trovato costretto a impostare la partita con 6 infortunati, 5 potenziali titolari e la riserva del numero 9, e l’espulso Kluivert. E pensare che c’è chi si lamenta di “rosa ridotta ai minimi termini” con 3 infortunati, di cui solo 1 titolare fisso. Questione di mentalità e alibi, di messaggio che si vuole inviare ai giocatori e di come ci si comporta di fronte alle difficoltà. E Fonseca ha dimostrato che davanti ai problemi non scappa, anzi li trasforma in occasioni favorevoli. E così ecco Mancini a giocare come frangiflutti davanti alla difesa, Pastore sulla trequarti per la terza volta in 7 giorni, Perotti riesumato dopo uno stop lungo mesi e Dzeko di nuovo in campo, di nuovo con la maschera, di nuovo in maniera decisiva.

Dove non arriva la qualità arrivano i muscoli. Dove non arrivano i muscoli, che puntualmente si stirano, si contorcono, saltano e provano a sbarrare la strada alla Roma (incrociamo le dita per Spinazzola), arriva il cervello. E dove non arriva il cervello? Lì arriva semplicemente il cuore. Quello che noi “c’abbiamo grosso, mezzo giallo e mezzo rosso” e che ieri ha battuto all’impazzata. Così forte da farci tremare le mani e la voce quando Orsato ha fischiato per tre volte, prima che un’ondata di gioia romanista lo pervadesse in ogni suo angolo.

MASCHERA DI FERRO E BACIO D’AMORE

Quando la palla è sbucata dopo una deviazione Edin non ci ha pensato neanche per una frazione di secondo a non buttarcisi sopra. Ci è andato come un felino che attacca, come un avvoltoio che si getta sul una carcassa, come un qualsiasi Dzeko si avventa su un pallone che danza vicino alla porta avversaria. E così non ha pensato più allo zigomo fratturato né ai rischi, non ha pensato alla maschera che lo limita e non ha pensato nemmeno alle avvertenza mediche. Non ha pensato, ha fatto. E così quando quella palla gli arriva davanti lui la frusta di testa, anzi di maschera, che subito dopo l’impatto con il pallone si stacca dal suo padrone. E Dzeko così decide di non sfilarsi la maglia per esultare, bensì quella maschera che lo ha condannato a soffrire per settimane. La maschera di ferro fusa dal calore di quell’abbraccio con i compagni.
E non è tutto. Perché il bosniaco, in tutta la partita, di duelli aerei ne ha vinti 9, più di ogni altro giocatore presente in campo (il secondo è addirittura Fazio a 5). Un dato che fa aumentare ancora di più l’indice di preziosità del numero 9 nell’economia della squadra.

Poi c’è stato il pareggio del Milan, che avrebbe potuto gelare la gioia e pietrificare i sogni. Ma tra la strada del Milan e quella della vittoria se n’è intersecata un’altra, di strada. Quella che secondo qualcuno non andrebbe seguita ma che noi percorriamo a tutta velocità volentieri avanti e indietro, suonando pure il clacson. La strada di Zaniolo lo ha portato prima a segnare l’ottavo gol in con la maglia della Roma in Europa League e poi tre giorni dopo a segnare la nona rete, tutte all’Olimpico, e a condannare a una settimana “paradisiaca” il Diavolo. Una marcatura di strategia e maturità, intelligenza e precisione, estro e concretezza. Poi sugella il gesto tecnico baciando la maglia. Un bacio spontaneo che va interpretato come tale, senza psicoanalizzarlo o prenderlo come la firma su un contratto a vita. Un gesto di gioia e amore, che come ogni atto di questo tipo, nasce dal profondo del cuore, senza doppi fini né scopi.
Non servono ulteriori parole sulla partita. Sipario.

Il sorriso di Fonseca. L’architetto della splendida vittoria di ieri.

INSERIRE LA SECONDA

E ora che la prima è stata inserita, è necessario ripetersi a Udine mercoledì. Bisogna dare continuità per non rendere questa bella serata un fiore in mezzo al deserto.
Bisogna restare compatti e giocare ancora una volta così. Tutti uniti, organizzati, vogliosi e innamorati di questa squadra.
Solo così potremo tornare ad abbracciarci ancora.
Intanto noi stanotte di riguardiamo la galleria di foto tra stoicismo, maschere di ferro e cuori d’acciaio.
E tanto, tanto amore per la Roma.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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