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Torneremo ad osservar le stelle e sarà magnifico

Erano le otto e mio figlio già saltava sul letto, era un qualcosa di impensabile.
Quella gioia era causata dalla sua prima partita allo stadio e quell’emozione la leggevo dentro a quegli occhi che non vedevano altro che giallo e rosso. Me lo abbracciai più forte che mai e iniziammo a prepararci. Giocava la Roma allo stadio Olimpico e ricordo perfettamente, come fosse ieri, il mio primo giorno allo stadio.

Mi ci accompagnò mio padre che ora non c’è più e che sicuramente starà abbracciando una nuvola mentre ci guarda dall’alto. Cappellino e sciarpa, andiamo al bar a fare colazione.

Due chiacchiere con il barista, una stretta di mano come di consueto e partimmo. Arrivammo nei pressi dello stadio e iniziammo come sempre a sbuffare, il parcheggio non si trovava. Finalmente riuscii a trovarlo dopo quasi mezz’ora di imprecazione e con mio figlio mano nella mano mi avviai verso lo stadio. C’erano tanti di quei ragazzi e tanta di quella gente che iniziai subito ad aver paura per il piccolo che, in mezzo a tanta confusione, non c’era mai stato.

“Papà, andiamo anche noi lì in mezzo?”, a questa domanda il cuore mi si rigonfiò di orgoglio, la confusione gli piaceva ed era meglio così. Iniziammo una fila estenuante ai tornelli. Tutti accalcati, un caldo soffocante e quella continua paura che mio figlio potesse stranirsi chiedendomi di andare via. Una volta superato il tornello e superati i controlli arrivò il momento che aspettavo da sempre.

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Quello che fece mio padre con me, lo stavo rivivendo a parti inverse. Ora sono io il padre che accompagna la sua creatura per la prima volta allo stadio e che osserva tutto questo amore nascere per la propria squadra del cuore. “Vado su aspetta qui a papà, quando te lo dico io vienimi incontro”, salii le scale e quando esclamai il mio: “vieni qui” vidi mio figlio correre su quei gradini più grandi di lui.

Appena arrivato in cima captai nei suoi occhi tutto ciò che dalla vita si possa desiderare: entusiasmo gioia amore. Quasi mi veniva da piangere. Ricordo che rimase a bocca aperta nel vedere il campo e tutt’attorno, mi prese la mano e mi disse di andare al nostro posto. Dopo esser riuscito ad arrivare alla nostra seduta, mi salutai con gli amici di sempre e sapendo che uno di loro non sarebbe venuto esclamai il classico: “ mejo, stamo più larghi”.

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I cori facevano da sfondo alla felicità di mio figlio che riuscì anche a sventolare una bandiera prestatagli da un capo curva e tutto divenne ancora più Romantico.

A ogni gol della Roma un abbraccio pieno di passione con tutti quanti, baci e abbracci a non finire, come sempre del resto.

Appena rientrarono in campo i giocatori dopo la fine del primo tempo, ricominciò la festa fino alla fine e, dopo il Grazie Roma, ci avviammo all’uscita in mezzo a un fiume di gente e dopo mezz’ora di camminata tornammo a casa stanchi ma felici.

Oggi l’Italia sta vivendo un periodo nero, il più nero della sua storia dal dopo guerra e tutto quello che ho appena descritto sembra esser un lontano ricordo per tutti noi. Mi immagino quei bambini ai quali i propri genitori avevano promesso la prima volta allo stadio che, al momento, sembra essere così lontano quanto improbabile.

Il tempo non si può fermare come si fa fatica a lottare contro un nemico invisibile come può essere questo virus maledetto che ci sta letteralmente stravolgendo la vita.

Di una cosa però ne sono certo, ho iniziato a capire quanto davvero quelle due ore di calcio mi facevano sentire bene, quanto bene mi faceva stare in macchina e cercare parcheggio con mio figlio. Avevo tempo per abbracciarlo e starmene solo con lui, vedere i miei amici e salutarli era divenuto, come ovvio, una semplice abitudine quotidiana.

La colazione per iniziare bene la giornata e le chiacchiere con il mio amico barista, le estenuanti file ai tornelli, la noia alla fine del primo tempo, gli abbracci scontati e i silenzi quando la Roma andava male, il fare i km a piedi per arrivare alla macchina e il lamentarmi del telefono che non prendeva.

Mi manca tutto e tutto questo è sempre stato dato per scontato semplicemente perché era un qualcosa di abitudinario.

Anche quel “Roma Roma Roma” cantato avrà tutto un altro significato come le strette di mano e i saluti quasi “d’obbligo” tra tutti noi che, in fin dei conti, ci siamo sempre visti e abbracciati.

A mio figlio ho spiegato questo che sta accadendo con un semplice: “Amore mio torneremo ad osservar le stelle e sarà magnifico, capendo che nella vita non dobbiamo dare per scontato neanche un abbraccio”

Queste sono state le mie parole perché è nel momento in cui ti stravolgono la vita che capisci realmente che le lamentele spesso sono frutto dell’abitudine nel fare cose che hai sempre fatto.

Grace Hopper diceva che: “la frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così”.

Credo che quando tutti sarà finito continueremo sempre a fare le stesse cose ma, di sicuro, con occhi e sentimenti diversi.

Classe 1987. Romano di Roma e tifoso della squadra che porta il nome della città eterna deve a suo nonno l'amore per questi colori. Ha collaborato per ilrompipallone.it e per sportiamo.biz. Diploma di maturità classica, svolge il ruolo di tecnico di manutenzione presso l'istituto superiore di sanità a Roma.

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