Tra alibi e realtà: quanto pesano gli infortuni?

La Serie A ai tempi del Coronavirus è più intricata che mai. Tra partite rimandate e altre annullate, tra stadi a porte chiuse e giornate da recuperare, il tabellone è segmentato e parziale. Ora che è uscito il decreto legge ufficiale appare chiaro che questo weekend si recupereranno le partite non disputate della scorsa giornata – ovvero la 26 – e così la Roma slitta alla settimana dopo. Al confine ci sarà la Sampdoria di Ranieri ad attenderla. Prima però la cruciale sfida d’andata degli ottavi di finale di Europa League contro il Siviglia.

Fare ipotesi sul futuro così diventa complicato. In questi giorni di pausa, che per la squadra non sono tali in quanto i giallorossi si allenano quotidianamente, c’è il tempo per fare analisi e considerazioni su quanto visto fino ad ora. Dopo un trimestre sorprendente, la Roma di Fonseca è incappata in un mese e mezzo di pura sofferenza. Da Torino, prima partita dopo il rientro dalla sosta natalizia, sino al match contro l’Atalanta a Bergamo dello scorso 15 febbraio, i giallorossi tra campionato e coppe hanno vinto solo in due occasione, pareggiandone una e perdendo addirittura 6 volte. Un vortice che sembrava non finire ma che si è interrotto con il Gent all’andata. Comprendendo quella partita, sono arrivate 3 vittorie e 1 pari.

E nell’infinito mucchio di motivazioni che ci sono alla base della sbandamento così radicale della Roma, c’è anche la questione infortuni che tiene banco. Quanto sono state effettivamente pesanti le assenze per motivazioni fisiche nell’annata della Roma? Posto che una risposta scientifica non può essere data, di sicuro l’analisi di qualche numeri e fatto oggettivo può aiutare nella comprensione.

TRA ALIBI E REALTÀ

Parlare di infortuni è sempre un tema tabù. Specialmente a Roma, una delle piazze più propense ad incensare gli altri per qualsiasi successo e autodistruggere se stessa in ogni circostanza. Insomma, “l’erba del vicino è sempre più verde”. Almeno questo accade nella maggior parte dei casi.
Trattare la tematica degli infortuni perciò è sempre un’arma a doppio taglio. Perché il rischio è quello di trovarsi incastrati nella terra di nessuno tra l’alibi e la realtà. E in effetti il confine è molto labile.

Quand’è che si possono attribuire le cause di un insuccesso agli infortuni senza sfociare nell’ipocrita tentativo di salvarsi la faccia? Quando invece bisogna far pendere la bilancia di una partita non vinta dalla parte degli infortuni? Anche qui di risposte formulabili a livello matematico non ce ne sono, ma la sensazione è quella che il discorso degli infortuni passi sempre in secondo piano. È come se fosse un concetto che appartiene ai perdenti, una scusa che si adduce per non ammettere le cause oggettive del proprio fallimento. Nessuno dubita che spesso una manipolazione del genere possa avvenire, ma il peso degli infortuni all’interno di una stagione è tangibile eccome. E qui ci sono una serie di prove che confermano questa tesi.

QUALCHE NUMERO

Abbandonando la sfera retorica e atterrando in quella statistica, si trovano dati a sufficienza per dimostrare che gli infortuni non sono alibi per deboli, ma motivazioni concrete per qualsiasi squadra, vincente o perdente che sia.
Sulla base di questo articolo di Vocegiallorossa, abbiamo riadattato ogni dato all’epoca attuale, ovvero aggiornando tutto alla scorsa giornata.

Da inizio stagione fino ad ora, ovvero in queste prime 26 partite di campionato disputate, la somma degli infortuni della Roma hanno portato i giocatori a saltare ben 138 partite. L’unica squadra con un numero a 3 cifre tra le prima 7 della Serie A. Il confronto con le altre potenze appare sproporzionato. Il Napoli ha avuto assenze per 98 partite, mentre la Juventus per 93. Continuando nell’analisi i numeri calano a dismisura. Il Milan è a 64, l’Inter a 58, la Lazio 54 e l’Atalanta addirittura 21.

Tra crociati, infortuni muscolari, menischi e tibie, i giocatori della Roma hanno saltato 138 partite. Alla base di questo numero c’è di tutto: forse errori di preparazione, forse una predisposizione dei giocatori all’infortunio, magari qualche metodica d’allenamento sbagliata, di certo una grande quantità di sfortuna. Molti di questi infortuni infatti sono di natura traumatica, ovvero sono la conseguenza di scontri di gioco, di dinamiche da campo che possono succedere a tutti.
Gli unici membri della rosa della Roma a non aver subito – fino ad ora – infortuni si contano sulle punte delle dita. Peres, Perez, Ibanez e Villar, che sono tutti arrivati nel mercato di gennaio. Poi c’è Dzeko, che in realtà ha subito una frattura allo zigomo ma ha stoicamente scelto di giocare per una manciata di partite con la mascherina indosso e Veretout, che come detto da Fonseca nella partita di ritorno con il Gent “ha giocato con un piccolo problema al piede”. Infine Mancini e Kolarov, che sono gli unici due veri baluardi restati a guardia di questo successo.

IMPOSSIBILE DARE CONTINUITÀ

Oltre al danno in sé degli infortuni, bisogna calcolare anche tutti gli effetti collaterali che causano. In primo luogo spesso sono arrivati in momenti in cui il giocatore era al massimo della condizione: è il caso di Pellegrini, di Mkhitaryan a inizio stagione proprio come Under, di Diawara e Zaniolo ma anche lo stesso Pastore che veniva da 7 splendide partite di fila.

Inoltre bisogna pensare che una volta terminato l’infortunio c’è un periodo in cui bisogna ritrovare la giusta forma atletica e sebbene il giocatore risulti formalmente guarito, non è del tutto ristabilito.

E poi, soprattutto, non c’è stata la possibilità di dare continuità a una formazione. Fonseca è stato costretto a cambiare l’11 iniziale quasi in ogni occasione, perché la costante moria del suo organico non gli permetteva di stabilire un prototipo di formazione iniziale. Così diventa difficile trovare una chimica adeguata per mantenere un livello stabile e costante. Soprattutto se si pensa che questo è un gruppo nuovo sotto ogni punto di vista, che è stato costruito tra giugno, luglio e agosto, neppure 7 mesi fa. 
L’Atalanta di Gasperini gioca nella stessa maniera, con più o meno gli stessi interpreti, dal 2016-17, con il Gasp che ha alle spalle 173 panchine con la Dea. Stesso discorso per la Lazio di Inzaghi, ormai al quarto anno di ciclo e con 191 partite vissute insieme.

L’esempio serve per spiegare che le due squadre che al momento giocano il miglior calcio in Italia non si sono costruite in 1 giorno. Proprio come Roma. Quindi pensare di destinare alla graticola Fonseca è follia.
Perché nessuno mette in dubbio che quest’anno abbia sbagliato qualcosa.
Ma di alibi ce ne sono a sufficienza.
Anzi, realtà.
Perché quella degli infortuni non è una scusa.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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