Un anno che sembra un secolo: il confronto con la scorsa stagione

Alzi la mani chi a Capodanno, dopo aver stappato la bottiglia di spumante per brindare all’anno che viene con entusiasmo e buoni propositi, è stato costretto a subire l’usuale freddura “ricordo l’anno scorso come fosse ieri” da qualche amico. Tralasciando la poca originalità dello sketch, il concetto di fondo diventa interessante se traslato in ambito Roma. L’anno scorso, che in termini calcistici identifichiamo come la stagione passata, sembra tutto fuorché “ieri”. Le differenze che separano le due differenti versioni della Roma sono così ampie che sembra che si stia parlando di società diverse o che quantomeno siano trascorse decadi tra le due.

E invece non è così. Sono bastati pochi ma significativi elementi per riedificare sul cumulo di macerie che erano state lasciate l’anno scorso: unione, compattezza, serietà, progettualità, competenza e voglia. Tutti attributi che nella Roma versione 2018/2019 non erano altro che concetti utopici, visibili a intermittenza, oltre che in penombra.
Perciò la Roma che fu di Di Francesco si è evoluta, intraprendendo un percorso di metamorfosi difficilmente ipotizzabile. E anche se siamo ancora lungi da definire “vincente” il progetto pianificato da Fonseca e Petrachi, basta fare un confronto con la prima fase della scorsa stagione per capire poche essenziali cose. Ovvero che quella di Di Francesco era una squadra costruita male, gestita peggio, ma soprattutto non era squadra. Era un gruppo di atleti amorfi. Nient’altro.

17 PARTITE

17 partite. Tanto è bastato per poter tirare con un pennarello indelebile una riga che separa nettamente ciò che è stata la Roma e ciò che è ora. La speranza è che a questa versione possa succedere un software ancora più aggiornato con qualche trofeo in bacheca, ma ad oggi bisogna sapersi godere ciò che è stato fatto. E non bisogna saper leggere in filigrana per vedere il balzo tra la scorsa stagione e quella attuale. La prima conferma la troviamo nei risultati che hanno accompagnato le prime 17 partite della Roma di Di Fra e quella di Fonseca.

La prima aveva un poco invidiabile score di 6 vittorie, altrettanti pareggi e ben 5 sconfitte. Il computo totale fa 24 punti, equivalenti alla 10a posizione in classifica, a 24 punti di distacco dalla vetta e 4 dalla zona Champions, che mai sarà agguantata. Per fare un confronto con l’annata attuale, gli stessi punti sono quelli che ha accumulato il fallimentare Napoli di Ancelotti – ora di Gattuso – che è all’8° posto.
La scorsa stagione i gol fatti erano 29, quelli subiti 23 e una media punti casalinga pari a 1,875 punti a partita, mentre in trasferta era 1 ogni 90 minuti. Numeri sconcertanti sia presi singolarmente che rapportati con l’anno in corso.

Perché gli uomini di Fonseca hanno accumulato 10 vittorie, pareggiando 5 volte e uscendo dal campo sconfitti in 2 occasioni. I 35 punti conquistati vogliono dire quarto posto e quindi zona Champions, con 4 lunghezze di vantaggio sull’Atalanta 5a e 7 di distacco dalle prime della classe. Inoltre sono 4 i gol realizzati in più rispetto alla squadra di Di Francesco e ben 6 quelli subiti in meno: un vero mare di differenze. Specie quando balza agli occhi il dato che i punti conquistati mediamente tra le mura amiche sono 2,125 e quelli nei fortini nemici 2.

ALTRI DATI DI SQUADRA

Ma non finisce qui, perché ci sono altre statistiche indicative che fungono da discontinuità. In primis gli expected goals creati e quelli subiti. Lo scorso anno in 17 partite i goal che il complesso algoritmo aveva previsto erano 29,81, quest’anno addirittura 33,71. Anche difensivamente la musica è completamente diversa: 25,26 xg concessi con Di Francesco – 10a squadra migliore in Serie A – contro i 20,26 attuali – Roma seconda solo a Inter e Juve.

Poi un’altra serie di dati all’apparenza ininfluenti ma che se soppesati sulla stessa bilancia rivelano messaggi importanti. La Roma, ad esempio, quest’anno è più precisa nei passaggi: si è passati dall’82,4% all’ 83,8%. Stesso discorso può essere fatto per il possesso palla, che dal 51% dell’anno scorso è diventato 52,6% in questa stagione.

Un altro elemento fondamentale che rende le due squadre nettamente diverse è la discontinuità. La Roma difranceschiana era del tutto inaffidabile, incapace di mantenere salda la concentrazione in più partite consecutive e di dare solidità ai risultati. E così nella prima parte di stagione il massimo di risultati utili consecutivi tra campionato e Champions si fermava a 5. Con Fonseca invece, nonostante qualche caduta di troppo che rende questa squadra ancora molto lontana dalla perfezione, c’è un’idea di affidabilità di base che rende ogni partita più sana e razionale. Per ben due volte i giallorossi sono riusciti a dar vita a strisce di 7 partite di fila giocate senza perdere. Il che in 23 partite – 17 in campionato e 6 in Europa League – non è affatto banale.

LA CRISI DEI SINGOLI

Se è vero come è vero che “la forza del branco è il lupo e la forza del lupo è il branco”, allora diventa abbastanza semplice immaginare che le statistiche individuali dell’anno scorso fossero horror. Se la squadra non girava era perché i componenti non rendevano, di conseguenza i componenti navigavano in acque paludose. Il primo che dà nell’occhio è Dzeko, oggi leader assoluto della squadra sia in campo che fuori, ma soprattutto sia quando segna che quando non lo fa. I suoi movimenti e la sua capacità di creare varchi e opportunità per i compagni anche quando non è direttamente coinvolto lo rendono unico. E pensare che l’anno scorso arrivati a questo punto, in Serie A aveva realizzato appena 2 gol, con 2 assist refertati. Oggi di gol ne ha fatti 7 e di assist 3.

Se parli di assist parli di Lorenzo Pellegrini. Il numero 7 è semplicemente lievitato, trasformandosi da risorsa utile a materia prima indispensabile. E se il numero di gol è pari allo scorso anno – 1 – i passaggi vincenti da 2 sono diventati 6, senza contare gli ulteriori 2 serviti in Europa League e il lungo infortunio patito.
Poi ci sono tanti altri casi di crescita visibili a occhio nudo: Perotti con i suoi 2 gol e 1 assist – l’anno scorso aveva il serbatoio a 0 – Kluivert che è passato da 1 a 3 reti e Mkhitaryan che ha portato in dote dall’Arsenal 3 gol, 1 assist e un infortunio che ne ha frenato l’inserimento pur dimostrandosi subito pronto. E poi ovviamente c’è Zaniolo, il cui paragone con il passato però non esiste, dato che la sua carriera professionistica è di fatto iniziata a metà dello scorso dicembre.

L’ANIMA

Ma la vera increspatura che ha portato la Roma dello scorso anno a evolversi, è l’avere un’anima. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, diceva Saint-Exupéry in quel capolavoro quale il “Piccolo Principe”, ma forse per chi guarda con il cuore e non con gli occhi qualcosa può essere visto. Anche se solo superficialmente, quest’anno si riesce a vedere un’intelaiatura forte e solida alla base di ogni partita e risultato sportivo. E la motivazione, oltre a tutte le statistiche analitiche e oggettive, è di matrice umana, emotiva, sensoriale. Paulo Fonseca è riuscito a creare una squadra con una forte identità che non viene strappata via alla prima folata di vento perché è innanzitutto riuscito a far breccia nel cuore della squadra.

Platone sosteneva che senza aver aperto prima il cuore non si potesse intervenire nel cervello delle persone. E’ esattamente così, e Fonseca lo ha capito. E’ per questo che il primo dell’anno, al termine di un felice allenamento della squadra davanti ai tifosi sorridenti e innamorati, lui si è fermato. Ha preso il microfono, ha dato le spalle alla squadra e gli occhi alla sua gente, dimostrando come siano loro il risultato finale di tutto. Sono loro l’obiettivo, il fine nobile che rende questo sport unico e questa squadra magica.
Fonseca ha capito la squadra e ha individuato l’anima, l’ha rivitalizzata e poi è intervenuto con le sue tattiche chirurgiche sul cervello di una Roma malata.
Che ora ricorda lo scorso anno come una vita fa.
La prossima volta, quando il vostro amico vi farà la solita battuta da Capodanno, raccontategli la storia della Roma di Di Francesco e quella di Fonseca. 
E ricordategli che il tempo è solo una percezione.
E che è come noi lo interpretiamo che fa tutta la differenza del mondo.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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