Un atomo che non può essere diviso

Ci sono una valanga di motivi per riprendere il treno che porta a Roma con il sorriso stampato sul volto e una soddisfazione prorompente che divampa nel cuore. Innanzitutto perché strappare un punto alla capolista nella sua tana senza demeritare, senza aver giocato con timore reverenziale e senza il tuo numero 9, il tuo portiere e tante altre pedine, è materia accessibile a poche squadre. Poi perché l’Inter era sicuramente la squadra più in forma del campionato, oltre che quella più in fiducia, e poteva contare sulla coppia dei sogni Lautaro-Lukaku che prima del triplice fischio di Calvarese di ieri appariva come un Cerbero a due teste da 24 gol e 3 assist complessivi. Poi perché gli uomini di Conte avevano sempre segnato in questa stagione e mai avevano concluso solo 2 volte verso la porta avversaria.

Insomma, basta scegliere uno di questi aspetti per la partita di ieri per sorridere. E se non ciò non bastasse a convincere i tifosi più burberi a sciogliersi in felicità, bisognerebbe pensare all’unità ferrea di questo gruppo, che a fine partite si è riunito, abbracciato, compattato e complimentato con gli stoici tifosi che li hanno sostenuti per tutta la partita. 

DICHIARAZIONI

E la prova che questa squadra è davvero una squadra nella sua accezione più stretta, romantica e convincente, sono le innumerevoli dichiarazioni rilasciate nel post partita dai giocatori. Quelle che possono sembrare solo parole di circostanza sono in realtà una prova inossidabile e incontrovertibile che Fonseca più che un gruppo ha creato un atomo impossibile da scindere. E queste parole, che spesso sono solo parole ma che a volte sono testimonianze di una verità sacrosanta, si rincorrono da inizio stagione. Ogni dichiarazione rilasciata dai tesserati della Roma sembra uguale all’altra. Poca originalità? No, solo la necessità di ribadire che al netto di ogni risultato, la Roma resta un organismo unico che non evapora alla prima difficoltà.

E allora Fonseca parla di “coraggio della squadra” come ingrediente fondamentale per perseguire i risultati; Mancini di “bel gruppo, allenato da un ottimo allenatore e a un grande staff”; Veretout di “grande gruppo”; Pellegrini afferma che “insieme siamo più forti”; Smalling dice che è “fiero di tutti per aver combattuto fino all’ultimo” e anche Santon, nonostante l’infortunio, si dichiara “fiero della mia squadra”. E l’elenco potrebbe continuare con tutti i nomi dei giocatori. Tutti, nessuno escluso, nelle dichiarazioni oltre che nei fatti – che sono la prova che le parole a volte non vengono spazzate via dal vento – preferiscono lodare il gruppo che esaltare la prestazione personale. Il gruppo prima del singolo. Il branco prima del lupo. 

INSIEME SI PUÒ

E non è un caso se la Roma è uscita dal fortino interista senza perdere. Le qualità individuali e corali della squadra di Conte sono state soffocate da una squadra aggressiva e preparata, che si è adattata al contesto ma che non si è snaturata. Fonseca ha nuovamente fatto vedere che ha l’umiltà e la capacità di rendere questa squadra camaleontica – e pensare che veniva presentato come un integralista – pur senza cambiare il modo d’essere dei suoi uomini.

È per questo che nonostante l’infortunio di Kluivert, la febbre di Dzeko e il fastidio muscolare di Pau Lopez i sostituti hanno sopperito alle loro assenze nel migliore dei modi. Perché questa squadra è un meccanismo i cui ingranaggi funzionano a prescindere dagli interpreti. Certo, giocare con Zaniolo adattato a “falso nueve” invece di un vero nueve come Dzeko è un’altra cosa, proprio come rinunciare agli esondanti strappi di Kluivert e alla conclamata solidità di Pau Lopez. Ma Perotti in alto e Mirante tra i pali hanno fatto vedere che, pur cambiando gli addendi, il risultato è lo stesso. Ed è quello di una Roma che nella vittoria e nella sconfitta, proprio come nel pareggio, è semplicemente se stessa. È unita ed è consapevole di ciò che sta costruendo. E non potrebbe mai un risultato sbagliato minare tutto ciò che è stato seminato: la partita di Parma ne è una prova.

E chi pensa che l’Inter abbia dominato venerdì è sulla strada sbagliata. Perché la Roma ha avuto il 51% del possesso di palla, ha fatto un solo tiro in porta in meno degli avversari – non fatevi ingannare dagli highlights che sono infarciti di azioni in fuorigioco e irregolari – ha più passaggi riusciti all’attivo (409 a 422) e ha il doppio dei palloni recuperati: 50 a 26. 

Certo, ai punti l’avrebbe scampata l’Inter, ma il calcio è fatto di gol e gli unici punti validi sono quelli in classifica, che sono 9 di differenza tra le due compagini ma che sono apparsi di meno in campo.

UN ALTRO PASSO

Per la Roma è stato un altro passo verso la maturità definitiva. Un passo fatto di Mancini e Smalling– rispettivamente 9 e 8 palloni recuperati – che hanno combattuto e vinto con Lautaro e Lukaku. Un passo fatto di Diawara che continua a correre, pressare e migliorare e Veretout che non si stanca mai. Un passo composto dal ritorno di Mkhitaryan e Perotti, anche se ancora non al meglio della condizione, e di Pellegrini che ha levato il fioretto per larghi tratti della partita e si è munito di coltellaccio, dimostrando che oltre alla qualità ha anche tanta quantità e fisicità (ieri è stato il romanista che ha percorso più chilometri: 13.03)

Questa squadra ha tutto per non far arrestare qui il suo processo di crescita. Ha un mister affidabile. Una rosa unita. Uno staff preparato. Dei tifosi innamorati senza compromessi.
E soprattutto è una squadra che ha se stessa. Un gruppo solido che ha un cuore duro da ferire.
Anzi, un nucleo.
Il nucleo di un atomo che non può essere diviso. 

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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