Una settimana da Mancini

C’è un paradosso nella solida Roma edificata da Fonseca. Sia chiaro, è un paradosso positivo e che sottolinea la statura megalitica del lavoro fatto dal portoghese sinora. Il paradosso è che in questa squadra ogni singolo elemento presente nell’organico risulta essenziale, ma nessuno realmente imprescindibile. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Il tecnico ex Shakhtar è riuscito a incollare un’identità così definita alla Roma, che a prescindere da chi scenda in campo questa squadra sa sempre cosa fare e come interpretare la partita.

Questo aspetto è reso evidente dal periodo – purtroppo ancora in corso – in cui gli infortuni mietono vittime. Con Zappacosta, Diawara, Cristante, Pellegrini, Kalinic, Perotti e Under – questi ultimi appena rientrati – infortunati, Fonseca è stato in grado di far volare la sua Roma. Dietro non c’è magia né mentalismo, solo un lavoro così serio e programmatico da risultare più forte e vincente (ma “non abbiamo ancora vinto niente”, ribadirebbe il mister) di ogni altra forza contraria.

E così in ogni partita individuare il migliore in campo risulta difficile. Contro Borussia, Milan, Udinese e Napoli la Roma ha giocato in maniera formidabile, eppure fare luce sul miglior giocatore risulta difficile. Il motivo? Sta sempre in quel paradosso: la squadra gioca così tanto da squadra, che risulta difficile esaltare l’individualità. Quindi alla fine, il migliore in campo è sempre “la Roma”.

Però, c’è un però. Un però che di nome fa Gianluca e di cognome Mancini. Le generalità? Alto, capelli mori e radi, sguardo di pietra, fisico colossale, arroganza e superiorità fisica e tecnica lampante e una strana ambivalenza nei piedi che possono “essere ferro e piuma”, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Non c’è un momento per randellare e uno per dettare calcio. Lui fa entrambe le cose nello stesso momento. In che modo? Questo lo sa solo lui.

MENTALITÀ VINCENTE

Per capire il motivo della scalata di Gianluca Mancini nei cuori dei tifosi giallorossi basta un semplice video. 14 secondi che racchiudono una storia e che testimoniano un modo d’essere di una rarità assoluta.
Prima di vedere il video, contestualizziamo: è appena finita Roma-Napoli e i giallorossi dopo una partita quasi perfetta culminata con la vittoria con una diretta concorrente per la Champions, si godono qualche momento di rilassatezza e festeggiamenti.
Però, anche in questo caso, c’è un però. E sì, quel però è ancora Gianluca Mancini.

Ecco perché Mancini è diventato il beniamino dei tifosi per eccellenza, oltre che il centro naturale della Roma di Fonseca. Perché se è vero come è vero che questa squadra non dipende da nessuno ed è in grado di mantenere la sua identità in ogni situazione e con ogni interprete, è altrettanto vero che Mancini è la chiave di volta della struttura romanista.
Mentre si esulta, si festeggia e ci si gode qualche momento di pura gioia dopo la partita dell’anno fino ad oggi, il numero 23, nonostante fosse stato uno dei migliori in campo, discute a bordocampo con il tattico della Roma per imparare dai propri errori (ne ha fatti?).

Oltre a essere un’ulteriore medaglia al valore applicabile sul petto di Mancini, questa sua mentalità vincente è un valore aggiunto per la rosa in toto. Avere un compagno che non molla mai, che non decelera in nessuna circostanza e che non si adagia sugli allori, è una propulsione per la squadra. Aiuta a fare lo scatto di mentalità che porta a non sentirsi mai appagati, ma anzi ancor più affamati.

IBRIDO

E Mancini ha così tanta fame che il campo lo sbrana senza tregua. Nella partita contro il Napoli è stato il primo per chilometri percorsi – 11,807 – e primo anche per velocità media – 7,4 km/h. La sensazione di ubiquità del ragazzo perciò, non è solo una sensazione, ma una realtà accompagnata dai numeri. Non una novità trovarlo nella classifica dei migliori corridori in campo: con l’Udinese è stato secondo alle spalle di Veretou con 11,23 km. Con il Milan ancora secondo, stavolta dietro a Pastore, correndo 11, 54 km.

Allargando la visuale, risulta essere il quarto romanista con la media chilometri più alta: davanti ci sono Cristante, Pellegrini e Veretout.
Sinonimo che i centrocampisti con questo modo di giocare devono necessariamente possedere capacità aerobiche di prim’ordine.

Ecco una parola chiave: centrocampisti. Mancini è un difensore o un centrocampista? La risposta fino a neppure 3 settimane fa sembrava scontata, dato che si vedeva l’ex Atalanta come un ottimo marcatore, fisico, atleticamente brillante e agonisticamente ferreo. Ma delle qualità sepolte nei suoi piedi nessuno aveva assaggiato nemmeno l’antipasto.

NESSUNA ETICHETTA

E tra una scivolata e un lancio di 30 metri, un pallone intercettato e un movimento a smarcarsi con intelligenza dagli avversari, Mancini ha piantato le sue radici nel cuore della Roma, mentre rapiva il cuore dei tifosi della Roma. Vederlo giocare in campo è una goduria difficilmente spiegabile. Le posture del corpo, i movimenti della testa per controllare cosa succede in ogni zona di campo e prevedere la giocata, e la giocata stessa, rendono Mancini un giocatore che andrebbe clonato, ma che forse è meglio che rimanga uno solo per ribadire la sua autentica originalità. È uno di quei giocatori che non vorresti mai ritrovare contro. Il prototipo di avversario che detesti per via della sua mole calcistica troppo superiore alla media.

Uno che può vincere di media 2,7 duelli di testa e nello stesso momento avere il 90,5% di passaggi riusciti, di cui molti in verticale. Uno che vince 1,7 contrasti ogni 90 minuti e poi dopo essere uscito vincitore dal duello si rialza, eleva la testa e imposta con eleganza. Un giocatore d’altri tempi ma pure così attuale da essere futuristico.

Semplicemente un giocatore impossibile da categorizzare. Né difensore, né centrocampista. Non serve un’etichetta, perché con le sue prestazioni la strapperebbe.
Non servono confini, perché li valica a suo piacimento.
Basta parlare di lui come un grande giocatore, che in quanto tale gioca bene in qualsiasi condizione.
E nella chiara identità costruita da Fonseca, Mancini splende e fa splendere. La sensazione è che con un Mancini così, ogni sfida è alla portata.

“Una settimana da Dio. Una settimana da Roma!” Scrive lui sui social. Una settimana da Mancini, scriviamo noi.

CHE SETTIMANA

Dando un rapido sguardo agli ultimi 7 giorni si capisce perché Mancini parli di “settimana da Dio”. Innanzitutto il collegamento divino è facilmente rintracciabile nella preghiera messa in atto durante il rigore di Veretout. Le immagini sono diventate ormai virali e ritraggono il toscano impegnato in una preghiera con tanto di mani giunte durante la realizzazione del rigore del compagno francese: mossa vincente, dato l’esito positivo del penalty.

Mancini, cerchiato in rosso, è intento a pregare mentre Veretout calcia il rigore che varrà il 2-0. Fonte immagine: Siamolaroma.it

Una settimana iniziata con la vittoria per 2-1 contro il Milan domenica scorsa e conclusasi con la vittoria per 2-1 contro il Napoli questa domenica. In mezzo la straripante vittoria per 4-0 contro l’Udinese. E Mancini ha brillato in ognuna di queste tre partite, giocando tutti i minuti e senza perdere mai nemmeno un briciolo di lucidità.
Suo l’inizio della splendida ripartenza che ha innescato lo scintillante gol dello 0-3 contro l’Udinese; proprio come è stato suo un improbabile quanto magnifico tocco sotto a scavalcare contro il Napoli che ha messo davanti al portiere Pastore – che poi ha sbagliato. Ma è stato suo anche questo lancio di oltre 40 metri che ha propiziato il gol dell’1-0 contro gli uomini di Ancelotti.

Ogni palla che tocca diventa oro.
Ogni palla che riconquista diventa un’opportunità.
C’è chi parla di “settimana da Dio”.
Noi invece parliamo di settimana da Mancini.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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