Come un castello di sabbia sott’acqua

Per racchiudere efficacemente il senso della partita di ieri basta dare un’occhiata alla statistica che racconta che la Roma non ha fatto nemmeno un tiro in porta. L’equazione è semplice, quanto mai elementare: se non tiri, non segni. Quindi se non crei, e di conseguenza non tiri, come puoi pensare di segnare? Nel guardare la partita che si trascinava stancamente verso il 90′ nessun tifoso della Roma può aver avuto la sensazione che da un momento all’altro la squadra avrebbe potuto portare a casa un risultato accettabile.

Se prima della sconfitta di Milano la partita tra Atalanta e Napoli di mercoledì sarebbe stata vissuta con la speranza di una capitolazione orobica, dopo i gol di Rebic e Çalhanoğlu ogni prospettiva è cambiata. Parlare di Champions League è da eretici. Anche parlare di sicuro accesso all’Europa League tramite quinto posto è un esercizio di ottimismo. Il Napoli è a meno 3 e lo stesso Milan a 6 lunghezze può vantare dalla propria lo scontro diretto. Un tonfo senza paracadute come quello di ieri può lasciare più lividi del previsto.

CORRERE

Che la condizione fisica sarebbe stata scadente era ampiamente prevedibile dato l’anomalo momento. Facile anche immaginare che il Milan con due giorni di riposo e una partita sulle gambe in più sarebbe stato leggermente più brillante a livello atletico. Ma le condizioni atmosferiche tropicali erano le stesse per le due squadre che hanno reagito in maniera diametralmente opposta alle difficoltà.

L’inizio di partita giallorosso è stato più propositivo, con una squadra corta, compatta e reattiva sulle seconde palle, con un paio di occasioni create ma non sfruttate. Di sicuro se il colpo di testa di Dzeko fosse entrato in porta ogni dinamica sarebbe variata, ma l’errore del bosniaco ha fatto emergere a galla tutti i problemi strutturali e mentali della squadra. 

Dando un’occhiata ai numeri della partita, a livello fisico sulla carta le prestazioni delle due compagini sono state simili: 106.423 km totali percorsi dalla Roma contro i 106.168 dei rossoneri, corsi per altro a una velocità leggermente più sostenuta dagli uomini di Fonseca. Solo che come ha detto nelle dichiarazioni post partita Spinazzola, nel secondo tempo la Roma ha dovuto sempre rincorrere l’avversario, che ha preso le contromisure e ha schiacciato i capitolini, che non hanno costruito neppure un’occasione da reti nei secondi 45 minuti. Un’implosione senza fiammate che possano far ben sperare per l’immediato futuro.

SABBIA

Tutta la Roma nel complesso è apparsa di sabbia. Un castello di sabbia crollato senza neppure opporre resistenza alle secchiate di un Milan sicuramente più nella partita, ma non di certo impeccabile. Una passività totale senza vie di fuga. Inesistente il pressing, utopico pensare di vincere un contrasto o di verticalizzare con precisione.

La scelta di allargare e alzare i terzini si è rivelata un’arma a doppio taglio, perché sia Spinazzola che Zappacosta hanno giocato un match da matita blu: inconsistenti davanti, inaffidabili dietro. Quando il pallone era scaricato su di loro spesso non avevano sbocchi puliti per far proseguire l’azione, tanto che innumerevoli volte si è tornati da Mirante. Non a caso, una volta a testa, i due terzini hanno fatto retropassaggi prevedibili e intercettabili, che hanno portato a una possibile azione pericolosa di Rebic e al gol del vantaggio del croato stesso.

TRA SCELTE E SGUARDI

Anche le scelte di mister Fonseca sono apparse meno brillanti del solito. Quanto meno a partita in corso la lettura del tecnico portoghese ha lasciato molto a desiderare. La sostituzione di Dzeko, unico riferimento offensivo di peso in grado di ricevere i lanci lunghi che arrivavano da dietro, al netto della condizione fisica è stata poco condivisibile. Così come lasciare in campo per 80 minuti Lorenzo Pellegrini stremato sin dall’inizio della ripresa, proprio come Zappacosta, che nell’ultima mezz’ora è crollato a picco. Certo se poi i sostituti entrano con la stessa incisività di Carles Perez – ha davvero giocato? – Pastore e Diawara, che per la seconda partita consecutiva sbaglia un passaggio all’indietro e fa subire gol, allora sorge il dubbio se la rosa è davvero lunga come si pensa.

Ma forse alla fine, al di là di ogni discorso tecnico e tattico, tutto può esser ricondotto alla faccia di Under in panchina. Il turco non gioca, e quando lo fa ci si pente della scelta.
E intanto resta in panchina, con la faccia distratta, a mangiarsi le unghie pensando a chissà cosa, forse al suo futuro lontano da Roma.
La faccia di Under è la faccia di una squadra senza padrone.
Così la Roma annega.
Come un castello di sabbia sott’acqua. 

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *