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Il lavoro della Roma, cronache di chi semina ad agosto

In queste settimane i tifosi hanno sentito Mourinho pronunciare molto spesso la stessa parola. Tempo. Tempo per costruire. Per vincere. Da quando domenica sera l’arbitro Abisso ha segnato la fine dei novanta minuti con il suo triplice fischio, un’altra parola si è iniziata a pronunciare. Lavoro. Già, perché quella che è andata in scena a Salerno è una Roma lavoratrice. Una Roma che costruisce con cura, colpisce e poi gestisce, con la calma tipica di chi sa il fatto proprio.

L’avversario in tinta granata non è di certo apparso come un ostacolo insormontabile. Squadra incompleta sia a livello numerico che a livello di qualità, i ragazzi di mister Castori hanno tentato di disporsi, come era lecito attendere, in posizione di attesa. Spesso in undici dietro la linea del pallone, i campani nel primo tempo sono riusciti a difendersi in maniera ordinata, seppure senza mai mettere in difficoltà Rui Patricio, sostanzialmente senza voto.

Nel secondo tempo però, dopo una prima frazione di gioco all’insegna della solidità in fase di costruzione e di qualche timido tentativo offensivo, Pellegrini e compagni hanno piazzato l’affondo decisivo al minuto 48. Il gol del numero 7 ha spianato la strada ai capitolini, che si sono concessi un’ottima seconda parte di gara, con delle punte di grande calcio, come in occasione del gol di Veretout. Una splendida triangolazione tra Abraham, Mkhitaryan e il francese ha dato una risposta anche ai critici del bel gioco, dimostrando che solidità non significa catenaccio.

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Da segnalare inoltre, oltre al secondo gol del capitano romanista, il primo gol italiano di Tammy Abraham, che in pochi giorni ha già fatto innamorare i sostenitori con la sua forza fisica, i suoi movimenti. Il centravanti inglese, a dispetto di quanto proferito da alcune malelingue, si è presentato con il sorriso sin dal momento del suo arrivo a Ciampino. In campo appare sempre propositivo, voglioso e “avvelenato”, qualità quest’ultima che di certo non è sfuggita ai Romanisti. Un calciatore da tenere d’occhio, ma soprattutto un ragazzo che fa sognare.

La sensazione è che il due luglio a Ciampino non sia atterrato solo un allenatore, ma anche e soprattutto una nuova cultura. Cultura del lavoro, con la rigida volontà di ribaltare alcuni luoghi comuni che da sempre accompagnano la squadra e la città di Roma. Quella che è scesa in campo in queste prime quattro vere uscite stagionali è una squadra che colpisce ma che soprattutto ferisce, una squadra che si piace ma non si specchia. Una squadra che convince, ma che soprattutto vince. E mentre dai campi minori di Trigoria – quelli destinati agli esuberi – continuano ad arrivare notizie di sterili lamentele e malumori argentini in merito alla propria condizione in rosa, nello spogliatoio della prima squadra si inizia a diffondere una e una sola parola che dal portoghese sta diventando italiana, anzi romana. Lavoro. E allora Bom trabalho Roma, buon lavoro.

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Nato a Roma, curioso da una vita. Il calcio fa parte di me, le mie priorità sono imparare e approfondire.

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