L’importanza delle sostituzioni e i cambi della Roma

Si gioca ogni 3 giorni di media. Fa caldo, tanto caldo, un clima tropicale che strema i polmoni e fossilizza le gambe. In più è calcio post lockdown, un calcio diverso, arrivato dopo oltre 3 mesi di lontananza forzata dalle gare ufficiali ma anche semplicemente dai campi d’allenamento. Tutto è diverso, mai prima d’ora una situazione del genere era stata affrontata.

E quando gli ingredienti sul tavolo sono questi, risulta indispensabile avere una ricetta segreta a disposizione. La possibilità per un allenatore di potersi girare, dare per qualche attimo le spalle al campo e scegliere gli interpreti più giusti dalla panchina è un salva vita in questo periodo. Tanto più che le sostituzioni a disposizione sono diventate 5 invece di 3, pescare dal mazzo di riserva a gara in corso può equivalere a calare d’improvviso un poker d’assi.

In questa stagione si è dibattuto a lungo sull’effettivo valore della rosa della Roma nel suo complesso. Al di là degli interpreti chiave, per poter dare continuità a una stagione – a maggior ragione quella attuale – c’è bisogno di un’ampiezza che consenta rotazioni di qualità.
E, al netto delle ultime due sconfitte dei giallorossi, un’analisi sulla reale portata dei sostituti è necessaria.

MONO PASSO

In queste ultime tre uscite la Roma è sembrata essere una squadra vuota. Apatica, in balia delle onde, senza una stella polare da seguire. Non una luce, non una speranza. Niente che possa far rinascere nel cuore dei tifosi una flebile luminaria. L’uscita contro il Napoli è stata certamente migliore rispetto ai match con Milan e Udinese, ma “migliore” è proporzionato al degrado visto precedentemente ed è ben lungi dall’essere accettabile.

I problemi appaiono senza fine. Come una nave che imbarca acqua, i buchi si moltiplicano a vista d’occhio. La presidenza, la dirigenza, la tenuta fisica, quella mentale, gli infortuni, qualche errore tecnico e qualche sbaglio tattico. Nel calderone della disperazione c’è ogni malessere possibile.
Ma ciò che preme approfondire in particolar modo, è l’incapacità della squadra di reagire alle difficoltà. Non appena la partita si mette in salita, la compagine romanista non è in grado di scalare marcia e risolvere il guaio. Con la Sampdoria la partita è stata recuperata, è vero, ma le due perle inventate da Dzeko sono tanto preziose quanto rare, e pensare di ripeterle ogni 3 giorni è utopia. Con il Milan e l’Udinese, invece, all’iniziale vantaggio avversario è seguito solo un’ulteriore rete antagonista, facendo così terminare entrambi i match con due reti di scarto.

La grande differenza tra la prima partita e le seguenti tre, è che contro gli uomini di Ranieri, i cambi scelti da Fonseca hanno riacceso la partita. Prima Pellegrini entrato da pochi attimi con un lancio illuminante per Dzeko, poi Cristante – anche lui entrato assieme al compagno in maglia numero 7 – con una sventagliata di 40 metri perfettamente addomesticata dal bomber bosniaco. Ma anche Zappacosta era entrato con dinamismo e piglio sulla fascia destra.

Con Milan e Udinese è avvenuto l’opposto. Tutti gli interpreti subentrati non sono stati pervenuti, o se si sono fatti notare lo hanno fatto con un’accezione negativa, vedi il retropassaggio suicida di Diawara costato il rigore dello 0-2 a Milano. Chi entra dalla panchina dovrebbe garantire più freschezza, intraprendenza e un notevole cambio di passo, ma la Roma resta costantemente una squadra mono passo, incapace di velocizzare la manovra elettrificando le trame di gioco.

CONFUSIONE

E che sia la confusione a farla da padrona in questo periodo è evidente anche dalla gestione della partita contro il Napoli. Da quando è ricominciato il campionato forse è stata la prova più incoraggiante – il che la dice lunga – ma nonostante ciò la Roma ha sofferto infinitamente. Basti vedere che per la prima volta gli expected goals subiti – 2,04 – sono superiori a quelli creati – 1,34. Un dato che indica bene la regressione della squadra.

Anche Fonseca da bordo campo sembra sempre più anonimo. Infatti, nonostante la tenuta fisica della squadra sia tra le più scadenti di tutta la Serie A, le sostituzioni da lui effettuate contro gli uomini di Gattuso sono state solo 3 su 5. Il portoghese ha così precluso alla squadra la possibilità di avere forze fresche nel finale, magari aggiungendo più brillantezza sulla fasce, dato che Spinazzola e Zappacosta hanno macinato chilometri e sono arrivati a fine partita sulle gambe.
Per la Roma si parla spesso di panchina lunga, varia e valida, ma i risultati dimostrati sul campo sembrano raccontare un’altra melodia. Come è vero che spesso non partono titolari nomi del calibro di Spinazzola, Diawara, Pastore, Under, Carles Perez, Perotti e Kalinic – che teoricamente potrebbero fare la differenza contro la maggior parte delle squadre affrontate – è altrettanto vero che la rosa nel complesso ha raramente dimostrato tale “profondità”.

CAMBIARE LE PARTITE

Cambiare le partite dalla panchina, perciò, non è materia della Roma a quanto pare. Una speciale classifica stilata da “La Gazzetta dello Sport” riguardo alle reti segnate dai subentrati di ogni squadra, dimostra come i giallorossi siano sotto la media. Sono solo 3 i gol arrivati da giocatori che al fischio d’inizio non partivano tra i titolari. Al primo posto c’è la solita Atalanta addirittura con 16 segnature, ma in generale tra le squadre di alta classifica, dietro alla Roma c’è solo l’Inter con una singola rete.

Guardare, partecipare emotivamente, poi scaldarsi, entrare fisicamente in campo e lasciare la propria firma non è facile. Perché prima ancora che tecnico o tattico, il discorso è attitudinale. Bisogna saper restare concentrati tanto in panchina tanto quanto in campo.
E la Roma non lo sa fare.
Resta lì, apatica, a guardare l’ennesima stagione scivolargli addosso.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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