L’importanza di chiamarsi Bryan

Abbiamo tutti in mente la scena di Cristante che tiene con entrambe le mani il volto di un sofferente Spinazzola, fresco di infortunio. Quelle erano le nostre mani. In quel momento siamo stati tutti Bryan Cristante. Tutti avremmo voluto dare conforto a Leo, tutti avremmo voluto sussurrargli nell’orecchio, con voce speranzosa ma sicura, “passerà anche questo”.

Ma Cristante è stato molto di più in questo Europeo. E’ stato il dodicesimo uomo di Mancini. E’ stato quello che il CT ha messo dentro quando c’era bisogno di muscoli, di centimetri, di peso specifico, fregandosene delle sue lacune tecniche, perché in quei momenti serviva anche altro. Serviva prendere decisioni importanti e metterci carattere e personalità. E Bryan, di carattere e personalità, ne ha da vendere. In barba ai detrattori che non gli hanno mai fatto mancare una critica in questi anni da romanista. Ma lui, quelle critiche, le ha sempre rispedite al mittente. Sembra che gli scivolino addosso, anche dopo degli errori madornali che avrebbero piegato chiunque. Ma non lui.

Ad un certo punto era diventato il bersaglio di (quasi) tutti, era diventato l’Ultimo, quello che non volevi vedere quando si leggevano le formazioni. Ma c’è una frase che mi è rimasta impressa e che rimarrà nella mente come un tatuaggio indelebile: “se non stai dalla parte degli ultimi non ha senso stare da nessun’altra parte”. E un po’ per questo, quasi una deformazione professionale, un po’ perché se andavi a guardare attentamente le prestazioni capivi perché gli allenatori che si sono succeduti non rinunciavano mai a lui, ho cominciato a capire anche io. E se non bastasse questo c’è sempre l’endorsement di Daniele De Rossi che nel giorno della sua conferenza di addio dichiara, cito testualmente: “C’è un Bryan Cristante che arriva da Bergamo, io ne voglio altri cento di giocatori così perché anche se non è nato a Roma… ci mette l’anima, da romanista”. E scusatemi, ma tendo a fidarmi di quello che dice Daniele. E se neanche questo fosse sufficiente, nell’articolo del Times, con il quale collabora, anche Jose Mourinho giudica decisivo l’ingresso del numero 16 della Nazionale nel finale di partita con l’Inghilterra.

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Bryan sa fare tutto, magari non tutto alla perfezione, ma quando ne hai bisogno lui c’è sempre, in ogni ruolo e condizione.

Ed anche il CT Mancini se n’è accorto, e così Bryan è diventato l’arma in più della spedizione azzurra. Con la Turchia entra nell’ultimo quarto d’ora per difendere il vantaggio, stessa cosa con Svizzera, Galles, Austria e Belgio per gli ultimi minuti quando c’è bisogno di serrare i ranghi e compattarsi a difesa del fortino. In finale invece Mancini lo mette dentro quando bisogna scardinare quello avversario di fortino, quando servono degli inserimenti tra le linee. E Bryan non ha dimenticato gli anni di Bergamo, e, anche se con poca fortuna, riesce a creare un paio di occasioni da gol non sfruttate a dovere, fino alla spizzata del calcio d’angolo che vale il pareggio e l’accesso ai tempi supplementari. Il resto è storia.

Alla fine quella coppa è anche sua, un po’ anche nostra.

Godiamocela, e godiamoci anche il Nostro Bryan.

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