Perché José Mourinho è il miglior acquisto della nuova Roma

Con una conferenza stampa all’insegna della cultura e della storia di Roma, José Mourinho si presenta ai tifosi come l’imperatore che la squadra e la città stavano aspettando, con l’ombra del Campidoglio e di Marco Aurelio a benedire il suo arrivo.

La Roma di Ranieri e il triplete di Mourinho

Anno Domini 2010. È il 18 aprile e la Roma insegue un sogno chiamato scudetto: il condottiero dell’impresa è Sir Claudio Ranieri – che non si fa scrupoli a lasciare nello spogliatoio, nel bel mezzo del derby capitolino e in una situazione di svantaggio, i giocatori simbolo della squadra: Francesco Totti e Daniele De Rossi. «Sentivano troppo il match», affermerà successivamente. Eppure la Roma vince e trionfa, raggiungendo in classifica l’Inter del triplete – che, per gli anni successivi, sarà l’esempio da seguire e superare. Ma quella gioia e quel sogno durano solo una settimana.

La domenica successiva accade qualcosa che, ancora oggi, difficilmente molti romanisti si sanno spiegare. All’Olimpico si ospita la Sampdoria – che in quel campionato arriverà quarta, assicurandosi il biglietto per la Champions League. La Roma deve vincere per arrivare a pari punti con l’Inter, momentaneamente prima, e continuare la lotta scudetto. I primi 45 minuti della partita sono il paradiso: assist di Vučinić per il Capitano, che segna l’1-0. E se dovesse finire così, sarebbero 24 i risultati utili consecutivi. Il sogno del Tricolore si fa sempre più vivido. Ma il sentore del pericolo persiste: il portiere blucerchiato, Marco Storari, gioca una delle sue migliori partite, parando l’impossibile.

Nel secondo tempo, inizia la discesa verso l’inferno: il binomio d’attacco di Giampaolo Pazzini e Antonio Cassano è inarrestabile; sarà proprio il “Pazzo” a rovinare le speranze e i sogni della Roma, che con quella sconfitta comincerà il suo cammino verso la disfatta. «Non dovevo nemmeno giocarla quella partita» ammetterà in seguito, sottolineando quello scherzo del destino.

Un destino ironico e crudele, che da una parte si affida ai piedi di un ex-interista, mentre dall’altra vede lo Special One seduto proprio sulla panchina dell’Inter, nell’anno in cui quella squadra vinse le tre competizioni più importanti. Unica in Italia, tutt’oggi, a riuscire in quest’impresa. «Negli ultimi due giorni non si è parlato della Roma che ha grandissimi giocatori, ma che finirà la stagione con zero titoli.» dirà il 3 marzo del 2009, dopo la polemica scoppiata per un rigore concesso all’Inter contro la Roma – che consentì ai nerazzurri di pareggiare la partita del girone di ritorno, finita 3-3.

Un anno di gloria per Mourinho, che spesso si era scontrato proprio con i giallorossi e che, paradossalmente, gli avevano agevolato l’ascesa verso l’Olimpo – come nella finale di Coppa Italia con l’espulsione di Totti per un calcio a Balotelli.

Il rapporto complicato con i club e i pochi trofei degli ultimi anni: che fine ha fatto lo Special One?

Negli anni successivi al triplete, si muoverà tra La Liga e la Premier League, allenando alcuni tra i più prestigiosi club mondiali – come Real Madrid e Manchester United – e vincendo 8 trofei in 9 anni. Non mancano, però, episodi di spogliatoi spaccati – come successe a quello dei Red Devils, che arrivarono a festeggiare il suo esonero – o di rescissioni di contratto, arrivate dopo che, con squadre dal grande potenziale, si raggiungevano scarsi risultati. Lo Special One del triplete sembra essersi perso, con numeri e statistiche che, attualmente, promettono la solita minestra riscaldata della piazza giallorossa: lotta per un posto in Champions League, che dal minimo sindacale è passato a essere utopico. Poca ambizione nei trofei nazionali, ancora meno per quelli internazionali.

Il ritorno in Italia e la panchina della Roma per ricominciare a vincere

Ma chiunque, lo scorso 4 maggio, quando ha visto la foto di José Mourinho sui social ufficiali della Roma, ha sentito quel brivido percorrergli il cuore. Un brivido che racchiude consapevolezza e accettazione del rischio, ma anche sogni e speranze. Le stesse che ci erano state sottratte in quella maledetta partita di 11 anni fa.

Ce lo siamo chiesti tutti perché uno come lui – esoneri o meno, carattere difficile o meno – abbia scelto noi, che gli avevamo reso la vita difficile in quell’anno speciale e che, nelle ultime stagioni, non abbiamo brillato come siamo soliti fare, e come meritiamo. Ce lo siamo chiesti tutti perché una squadra che ancora deve trovare una propria identità e una nuova società che ha ancora molto da imparare – ma che finora sta dimostrando di avere gli attributi adatti per gestire sia la Roma che i suoi tifosi – siano state scelte da lui, cosa abbia visto negli strati di rassegnazione e amore incondizionato che abbiamo imparato a tirare su in questi anni.

E la risposta è tutta nel gioco del destino ironico e crudele, è tutta nella foto di José Mourinho – lo Special One, il vincitore dell’unico triplete italiano – che, davanti al popolo romanista, indica la Lupa Capitolina; come il migliore dei comandati delle legioni romane, come chi è pronto a sacrificarsi nel nome di un legame viscerale con la tifoseria, come chi ha deciso di far brillare nuovamente il nome di Roma. Come chi – con un palmares che supera di gran lunga quello di tutti gli altri allenatori, messi insieme, del prossimo Campionato – sa di accettare una sfida, forse più grande e difficile di ciò che pensa, ma abbastanza importante e bella da farlo rischiare.

La risposta è «Prima di tutto non voglio la Roma di Mourinho. Voglio la Roma dei romanisti. Io non sono nessuno, sono uno in più. Insieme al club e ai tanti tifosi nel mondo sono solo uno in più», che ci fa capire quando un allenatore sa di dover mettere prima la storia del club e poi se stesso davanti alle telecamere.

«Zeru tituli» aveva apostrofato verso di noi anni fa, una maledizione che ormai ci perseguita. E nel cuore di ogni romanista, anche in quello del più scettico, c’è quella scintilla di fiducia – targata José Mourinho – che fa alzare gli occhi al cielo e sperare che la maledizione possa finire proprio grazie a colui che l’aveva cominciata.

21 anni, studentessa e scrittrice a tempo pieno (e perso). Romana de Roma, ma romanista "deppiù".

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