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Roma-Sampdoria e l’importanza della rosa lunga

Se non fosse per l’eccitazione provocata da quanto visto dopo la lunga astinenza da calcio giocato, Roma – Sampdoria si potrebbe lucidamente riassumere in: la stava perdendo Fonseca, ma alla fine l’ha vinta Fonseca. La stava perdendo per un 11 di partenza sbagliato (ma è troppo facile giudicare dopo), ma l’ha vinta con i cambi giusti al momento giusto e la classe, immensa, di un calciatore cui manca solo un trofeo per prendersi l’ideale corona di miglior centravanti della storia giallorossa. Ma se la Roma ha vinto è anche e soprattutto perché, a differenza di altre squadre, può disporre di una rosa profonda, varia e molto più valida di quanto si possa immaginare leggendo qualche nome. In un certo senso, quindi, Roma – Sampdoria è stata anche la fiera dei rimpianti: chissà dove sarebbe ora la Roma se non fosse stata falcidiata dagli infortuni.

Come spesso accade, la Roma ha giocato una partita a due facce: letteralmente inguardabile nel primo tempo (miracoli di Audero a parte), molto più sciolta e sicura di sé nel secondo. Nei primi 45’ i giallorossi hanno messo in mostra un vasto campionario di sfortuna e orrori tecnico-tattici, regalando a una Sampdoria abbottonata e disciplinata occasioni che non avrebbe avuto altrimenti. Protagonista assoluto, ovviamente in negativo, un Amadou Diawara incappato nella sua peggior prestazione in maglia giallorossa. In evidente affanno, il maliano ha gentilmente concesso a Gabbiadini l’assist del vantaggio blucerchiato per poi ripetersi, fortunatamente senza lo stesso esito, pochi minuti dopo. A sua parziale discolpa c’è però da riconoscere la scarsa assistenza del resto della squadra. Lenta, goffa, sbilanciata ma contratta, la Roma sembrava aver imbroccato la più classica delle sue serate no. D’altronde, cosa c’è di più romanista del rimpallo sul braccio di Perez che convince Calvarese ad annullare il capolavoro di Veretout?

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Poi, però, Fonseca deve essersi girato verso la sua panchina. Dove, comodamente seduti ad assistere alla disfatta, c’erano, tra gli altri, Pellegrini, Cristante e Zappacosta. Un’ora di sofferenza cancellata in pochi minuti da un triplo cambio che ha ribaltato la partita. Fuori il solito Peres per Zappacosta (finalmente), il disastroso Diawara per Cristante, l’intermittente Pastore per Pellegrini. Andate e assistete. Detto fatto. Sono bastati tre minuti a Pellegrini per scardinare la difesa di Ranieri con il 9° assist stagionale, il 4° per Dzeko, che ha raccolto l’invito e lo ha scaraventato in porta quasi alla cieca, con tutta la potenza e l’eleganza di quel sinistro che, dovrà ammetterlo prima o poi, è il suo piede naturale. Poi la Sampdoria è calata di intensità, cedendo terreno a una Roma che Fonseca ha rifornito di altre forze fresche fondamentali per abbattere il muro blucerchiato. Under e Kalinic si sono portati a spasso la boccheggiante retroguardia di Ranieri e Cristante ha inventato da 40 metri, servendo lo scatto perfetto di Dzeko. Yoshida se l’è perso e il bosniaco ha fatto un altro capolavoro, contando i passi prima di mettere alle spalle di Audero quella palla che planava sul suo destro. 2-1. Tutto in venti minuti.

Una rimonta insperata, inaspettata, imprevedibile sui presupposti del primo tempo. Ma questo non è calcio. O almeno, non è il solito calcio. A dire la verità sembra quasi un altro sport. Giocato in arene popolate solamente da qualche addetto ai lavori e surrogati virtuali di tifosi, da calciatori arrugginiti nei loro automatismi e costante preda di una condizione fisica tanto sconosciuta quanto precaria. Un calcio che somiglia terribilmente a una foresta vergine dove però si è costretti ad avventurarsi. Tanto vale, allora, armarsi a dovere per non farsi trovare impreparati. Ben venga, allora, la rosa della Roma. L’unica, vera arma a disposizione di Fonseca per il finale di questa strana e straniante Serie A. Territorio inesplorato dove tutto può cambiare da un momento all’altro, dove valori dati per assodati possono essere sovvertiti, dove la spunterà chi, anche aiutato dalla fortuna, saprà razionare le provviste, risparmiare le forze e lottare con intelligenza.

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Roma – Sampdoria, così come Inter – Sassuolo e Atalanta – Lazio, sono state solo un assaggio di ciò che verrà. Di ciò che aspetta la Roma di Fonseca nelle prossime 11 partite. 11 crocevia fondamentali per continuare a cullare il sogno Champions, anche se è difficile, anche se davanti c’è una squadra che non sarà perfetta, e si è visto, ma va al doppio della velocità rispetto a tutti gli altri, giallorossi compresi. I punti di distacco sono 7, contando gli scontri diretti sfavorevoli, ma da qui a fine luglio non è dato prevedere cosa accadrà. Di sicuro c’è solo che sarà un’avventura mai vista prima, che la Roma di Fonseca ha però il vantaggio di affrontare, almeno sulla carta, più attrezzata di altri. Un vantaggio prezioso, anche perché inatteso, ma proprio per questo da non sprecare come troppo spesso è successo in passato.

Amo la Roma e l'informazione fatta bene. Per questo vorrei fare bene informazione sulla Roma.

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