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Roma-Verona, una vittoria e nessun caso

Tre vittorie consecutive, 7 gol fatti e 2 subiti, timidi ma importanti segnali di ripresa. Si potrebbe riassumere così gli ultimi sette giorni giallorossi, iniziati con il 2-1 di Roma-Parma e finiti con il 2-1 di Roma-Verona. Stessi colori, stessi punteggi, ma prestazioni diverse. Contro gli scaligeri si è vista forse la migliore Roma della ripresa, per approccio alla gara e organizzazione in campo. Il nuovo assetto tattico ha evidentemente aiutato la squadra a uscire da un momento di difficoltà, e il merito dell’intuizione è tutto di Paulo Fonseca, lo stesso allenatore degli scempi di inizio ripresa. Il resto l’ha fatto il rigore guadagnato da Pellegrini (l’unica cosa buona della sua partita) e trasformato da Veretout dopo appena 10’ di gioco, che ha permesso alla Roma di trovare fiducia e macinare in un tempo più gioco di quanto abbia fatto nelle quattro partite iniziali.

Al cospetto di un Verona privato del suo allenatore e del suo miglior difensore, la Roma ha creato tanto senza raccogliere quanto avrebbe dovuto, ma soprattutto per demeriti suoi. Tranne che per il palo colto Mkhitaryan, su cui è stato provvidenziale Silvestri, la Roma ha sprecato tante, troppe occasioni da gol, di cui almeno tre clamorose: due di Dzeko e quella del gol salvato sulla linea confezionata da Pellegrini (che avrebbe anche potuto calciare in porta) e non finalizzata da Mkhitaryan. Gol che avrebbero chiuso una partita immeritatamente riaperta dal Verona grazie al solito rientro in campo molle dei giallorossi. Dopo qualche minuto di sbandamento, comunque, la Roma è tornata a giocare una partita che, con la giusta cattiveria, poteva finire 4 o 5-1. Così non è stato, ma l’importante erano i 3 punti. L’importante era riguadagnare margine sulle inseguitrici per blindare al più presto l’Europa League.

Il vero tema del post Roma-Verona, però, è un altro. E, come spesso succede, riguarda qualcosa che ha poco a che fare con il calcio giocato. Sono le solite, sterili polemiche su episodi perfettamente normali che però, a Roma, assumono dimensioni sproporzionate rispetto alla loro reale entità. Il primo, neanche a dirlo, è il “caso” della mancata esultanza di Dzeko dopo il gol. È bastata una smorfia del bosniaco per scatenare il caos: perché Dzeko non esulta? Perché è arrabbiato con i compagni, perché è arrabbiato con Fonseca, perché ha già la testa a Milano, a Torino o chissà dove. La spiegazione, come sempre, deve necessariamente essere quella più complessa, per non dire quella più fantasiosa. Basterebbe riguardare attentamente il primo tempo per accorgersi di un Edin Dzeko sempre più infastidito dalla mancanza di rifornimenti adeguati, soprattutto a causa dell’ennesima prestazione deludente di Pellegrini, in teoria uno dei due a doverlo assistere con più continuità.

È così assurdo pensare che il bosniaco abbia semplicemente scaricato in quel modo, con quella smorfia e la mancata esultanza, la frustrazione creata da troppe situazioni in cui sarebbe entrato in porta con il pallone, se solo fosse stato servito decentemente? Che quel pizzico di frustrazione, il momento della squadra, forse la stanchezza, sicuramente anche il due legni colpiti a Brescia, lo abbiano portato a non esultare come sempre? A ben guardare, poi, non è neanche un inedito. Spesso Edin Dzeko non ha esultato come ci si sarebbe aspettato. In quasi cinque anni di permanenza a Roma, dovrebbe ormai essere palese a tutti che il bosniaco sia umorale, incostante, con atteggiamenti sovente fastidiosi. Contro il Verona non è stata la prima volta, e di sicuro non sarà l’ultima. Perché, allora, creare il caso?

Difficile trovare un unico (o valido) motivo. Forse, in fondo, è perché a Roma è abitudine rimestare nel torbido anche quando il torbido non c’è. Per riempire spazi che altrimenti resterebbero desolatamente vuoti di inchiostro e parole. Ed ecco servito il secondo caso di Roma-Verona: Nicolò Zaniolo. Inutile ripetere per l’ennesima volta cosa abbia passato questo ragazzo. Più utile, forse, è ripercorrere una settimana di celebrazioni per il ritorno al gol bruscamente interrotte dalle polemiche per la mezz’ora giocata contro il Verona e la reprimenda finale impartitagli da Mancini. Zaniolo non ha giocato bene, c’è poco da dire. A sottolinearlo ci ha pensato Fonseca, nel post-partita, andando di bastone dopo fin troppe carote per un ragazzo di quell’età e quel talento. Come si suol dire: quando ci vuole, ci vuole. Poteva chiudersi lì, e invece no. Mezz’ora deludente ha cancellato una settimana di elogi, trasformando i titoli celebrativi nelle solite speculazioni sulla prossima maglia che indosserà il 22 giallorosso.

Se segna, Zaniolo lancia segnali alla Juventus. Se gioca male, Zaniolo manifesta il suo malumore e, quindi, lancia segnali all’Inter. Se si fa le meches, Zaniolo diventa un Cassano 2.0 e, quindi, lancia segnali al Real Madrid. Non importa cosa faccia Zaniolo, cosa dica Zaniolo, cosa si metta in testa Zaniolo. Tanto non sarà mai niente di buono per la Roma. Su quali basi, non è dato sapere. L’importante, qui e ora, è creare casi che non esistono. Speculare su malumori, smorfie, piedi troppo alzati, liti a fine gara. Ma per cosa? La Roma è in corsa per un posto in Europa (quella che conta meno, certo) e, soprattutto, un titolo mai conquistato. Obiettivi tutt’altro che scontati, per provare a raggiungere i quali è necessaria la più solida unità d’intenti. Non certo i casi, di qualunque natura siano. Ammesso, ovviamente, che esistano davvero.

Amo la Roma e l'informazione fatta bene. Per questo vorrei fare bene informazione sulla Roma.

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