Stadio della Roma: facciamo chiarezza

Abbiamo avuto il piacere e l’onore di poter intervistare Fernando Magliaro, cioè uno dei massimi esperti della vicenda “Stadio della Roma”. L’argomento è caldo e le vicende delle ultime settimane hanno contribuito a creare ancora più confusione.
Con Magliaro abbiamo cercato di approfondire quelli che sono stati i punti di maggiore discussione.
Vediamoli insieme.
È d’accordo con me sul fatto che le due inchieste che hanno riguardato Parnasi e De Vito, hanno rafforzato la posizione della Roma in quanto hanno ribadito che l’iter del progetto è lecito e pulito sotto tutti i punti di vista?
Sì e no. Vanno distinti i due piani: quello giudiziario/politico da quello amministrativo. Dal punto di vista amministrativo non tanto le dichiarazioni pubbliche rese dalla Procura sulla “verginità” degli atti dell’iter dello Stadio, quanto piuttosto l’assenza di provvedimenti giudiziari assunti, devono essere letti come una conferma della bontà del processo amministrativo. Ma questo non basta. Non basta che non siano stati operati sequestri di carte, di atti, dei terreni o delle società perché poi si scende sul piano politico. E la conferma della leiceità dell’iter – conferma data in negativo proprio dall’assenza di provvedimenti della Procura – non è che “rafforzi” la posizione della Roma, ma ribadisce un dato che dovrebbe sempre essere la base di ogni progetto e cioè l’assenza di atti corruttivi. Quando, però, poi si scende sul piano politico le cose cambiano prospettiva, perché entrano in gioco non gli elementi giuridici ma quelli mediatici che influenzano la formazione e l’espressione della volontà politica. La Raggi avrà la forza politica di mantenere ferma la barra della volontà politica di condurre fino in fondo il progetto quando sui giornali leggeremo o rileggeremo intercettazioni, verbali, dichiarazioni, interrogatori che, pur non avendo risvolti giuridici ne avranno di tipo morale e, quindi, politico? 
Perché, nonostante le carte dimostrino che nessuna delle due inchieste riguarda lo stadio, i suoi colleghi, anche i più illustri, quando ne parlano iniziano con la frase “Stadio della Roma”?
Perché quando venne arrestato Luca Parnasi la notizia venne veicolata così dalla Procura. Ed è decisamente un elemento mediatico di forte presa. Pensiamo all’arresto De Vito. Le accuse non riguardano lo Stadio, altrimenti sarebbero state formulate a Giugno 2017 quando vennero arrestati Parnasi, Lanzalone e gli altri. Eppure lo Stadio continua a essere la chiave di lettura. Immaginiamo una chiave con “mercati generali”. Direi che la differenza in termini di presa mediatica con “Stadio della Roma” è evidente.
Sulla base della legge sugli stadi, è corretto sostenere che il voto sulla variante è un atto dovuto?
Quesito interessante. Non esiste giurisprudenza in merito perché la “Legge Stadi” è alla sua prima applicazione proprio con la vicenda Tor di Valle. Da un punto di vista di diritto amministrativo, un procedimento complesso come questo è completo e, quindi, sortisce effetti giuridici al compimento definitivo di tutti gli atti. Nel nostro caso, tecnicamente dovrebbe divenire “operativo” e, quindi, in grado di produrre effetti giuridici presso terzi solo quando il Comune – il Direttore del Dipartimento Urbanistica (Arch. Cinzia Esposito) – emanerà una propria determina con la quale recepirà la Delibera di Giunta regionale che, a sua volta, recepisce la Determina della presidenza della Conferenza di Servizi (arch. Manuela Manetti), che recepisce il progetto adeguato a seguito della votazione della variante e della convenzione urbanistica approvate dal Consiglio Comunale. Sembra la canzone di Branduardi “Alla fiera dell’Est” ma l’iter è questo. Quindi, in teoria, il perfezionamento e il compimento del procedimento si concludono solo con la “determina Esposito”.
Però, c’è anche da dire questo: le norme, la cosiddetta “legge Stadi” con le successive modifiche del 2017, hanno l’obiettivo di abbreviare e semplificare l’iter. Purtroppo, non sono state apportate modifiche alle norme che regolano l’approvazione di una variante urbanistica che rimane una espressa potestà del Consiglio Comunale. Tuttavia – ma è un giudizio da profano che, appunto, manca di una giurisprudenza e, quindi, nasce solo dall’applicazione del senso logico – io credo che l’approvazione di variante e convenzione finiscano per essere prive di una reale autonomia del Consiglio Comunale: la volontà politica è stata espressa con le delibere di pubblico interesse (parlo al plurale perché sono due e quella Raggi 2017 modifica solo parzialmente quella Marino 2014 che resta, quindi, valida per ciò che non è espressamente cambiato) cui ha fatto seguito una (coppia di) Conferenza di Servizi cui ha partecipato il rappresentante unico del Comune; che si è mosso nell’ambito di ciò che il Consiglio Comunale aveva deliberato nell’accettare il progetto, proporre modifiche e, conseguentemente, predisporre il senso della variante. La quale, quindi, per me diventa un atto dovuto. Ripeto, però: non esiste giurisprudenza in merito e, quindi, fino a che non si dovesse giungere a una pronuncia dei competenti organi di giustizia amministrativa (TAR e Consiglio di Stato), qualunque interpretazione, che non sia del tutto fantasiosa, può essere altrettanto veritiera. 
È giusto affermare che la Delibera sulla pubblica utilità non può essere annullata?
No, non è giusto né corretto. Innanzitutto occorre distinguere fra due diversi modi di procedere. L’annullamento d’ufficio, che è una cosa. E la revoca, che è un’altra. Frequentemente l’ignoranza abissale di certi politici (e certi giornalisti) mescola le due cose e si parla di “revoca in autotutela” e, quando questo avviene, è una colossale idiozia. 
I due istituti ottengono lo stesso risultato, la cancellazione di un provvedimento, ma con effetti decisamente diversi e norme differenze fra loro.  
L’annullamento d’ufficio in autotutela, disciplinato dall’articolo 21 nonies della legge 241/1990, ha due caratteristiche di base: i tempi e le motivazioni. Si può esercitare entro il termine di 18 mesi “ dal momento dell’adozione dei provvedimenti di autorizzazione o di attribuzione di vantaggi economici”. E l’annullamento può essere disposto “dall’organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge”. Questi elementi concorrono ad indicare che nella ipotetica facoltà di annullamento è il Consiglio Comunale a dover votare l’annullamento delle delibere che, a suo tempo, lo stesso Consiglio comunale aveva votato. Sarebbe compito della Conferenza di Servizi, invece, annullare i propri atti. Non è facoltà del Consiglio Comunale annullare le decisioni della Conferenza, perché è un organo autonomo dal Campidoglio.
Facendo i conti, nel caso Tor di Valle, i 18 mesi sulla delibera Raggi (14 giugno 2017) sono scaduti, l’11 dicembre 2018, quasi 4 mesi fa. Tuttavia il termine potrebbe anche essere superato qualora emergano fatti nuovi non conosciuti nei primi 18 mesi. Recita il comma 2bis dell’articolo 21 nonies: “I provvedimenti amministrativi conseguiti sulla base di false rappresentazioni dei fatti o di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell’atto di notorietà false o mendaci per effetto di condotte costituenti reato, accertate con sentenza passata in giudicato, possono essere annullati dall’amministrazione anche dopo la scadenza del termine di diciotto mesi di cui al comma 1”. Ora, a parte che si parla di sentenza passata in giudicato, il che si traduce in svariati anni, nel caso Tor di Valle non solo siamo lontani dalla sentenza di primo grado, figuriamoci dal giudizio definitivo, ma la Procura non ha neanche sequestrato nulla. Dilatando al massimo questa idea delle “false rappresentazioni di fatti”, sarebbe almeno necessario che la Procura avesse proceduto alle decisioni sull’iter o i terreni o la società che, come abbiamo visto, non sono state prese. In sintesi, a mio parere, l’annullamento d’ufficio, oltre il termine dei 18 mesi, privo di una motivazione ben determinata (illiceità degli atti, per intendersi, ma sancita se non da una sentenza passata in giudicato o da una di primo grado, quanto meno da provvedimenti presi dalla Procura) sarebbe alla fine illegittimo e, quindi, sarebbe semplicemente una strada impercorribile a meno di non voler perdere poi una causa per risarcimento danni. E, non a caso, i vari pareri dell’Avvocatura Comunale mettono l’Amministrazione sull’avviso su questi rischi. Consentitemi una sottolineatura.
Prego.
L’Avvocatura Comunale è l’unico ente preposto a rilasciare pareri che siano vincolanti anche per chi li rilascia. L’avvocato Tal dei Tali, magari anche un luminare del Foro, un principe del Diritto Amministrativo, non è vincolato a subire le conseguenze economiche – leggi Corte dei Conti e danno erariale – per il parere che rende. Questo, senza entrare nel merito di chi chiede cosa all’avvocato Tal dei Tali e di come questa domanda e la conseguente risposta siano date ai giornali che, a loro volta, li interpretano. Infine, conosco molti degli avvocati dell’Avvocatura capitolina e sono fior di professionisti. Torniamo al discorso sull’annullamento.
Torniamo.
Chiarito l’annullamento d’ufficio, resta la revoca, disciplinata sempre dalla legge 241 ma dall’articolo 21 quinquies. Il Comune può sempre revocare un proprio provvedimento, anche qui con forti motivazioni. La differenza fra i due atti è data dai soldi. Nell’annullamento d’ufficio il Pubblico deve indennizzare il Privato di fatto solo per le spese effettivamente sostenute. Mi spiego: se tu vuoi chiamare Gustave Eiffel a progettare il tuo edificio e pagarlo a peso d’oro è un problema tuo, non del Pubblico. E quei soldi non vedo perché io Pubblico debba restituirteli. Altro è: io Pubblico ti ho imposto determinate cose da fare dipendenti dalla mia volontà (magari sono io che ti ho imposto Eiffel per progettare) e allora quei soldi devo risarcirteli. E, in ogni caso, per l’annullamento d’ufficio, non è neanche detto che il giudice riconosca un diritto all’indennizzo.
La revoca invece prevede in maniera espressa l’indennizzo  che è “parametrato al solo danno emergente e tiene conto sia dell’eventuale conoscenza o conoscibilità da parte dei contraenti della contrarietà dell’atto amministrativo oggetto di revoca all’interesse pubblico”. E, qui, però, entriamo in un ambito complesso e soggetto a molte variabili, a partire da ciò che effettivamente il Privato potrebbe chiedere (danni di immagine, mancati guadagni, esposizione debitoria) che è impossibile fare oggi una quantificazione reale.   
A questo punto dovremmo essere alle battute finali. È ipotizzabile la fine del mese di Maggio come dead line, dopo la quale i proponenti potrebbero pensare ad eventuali azioni risarcitorie?
Usando una metafora calcistica, fino a che la matematica non ci condanna è sempre possibile. Io credo che sia ancora un obiettivo perseguibile dalla Roma e da Eurnova, e penso anche del Campidoglio, sia degli uffici tecnici che dei vertici politici. Che, poi, ci si riesca, si arrivi al voto entro Maggio è tutto da vedere. Ma, in ogni caso, non esistono azioni risarcitorie che la Roma possa intentare oggi. Il risarcimento si ha quando subisci un danno. E, a oggi, la Roma non lo ha subito, visto che ha accettato di ridiscutere il progetto nel febbraio 2017. Fare affermazioni su questo vuol dire prendere in giro i tifosi. 
Ad oggi, da 0 a 100, quante probabilità ci sono, a suo avviso, che i lavori inizino entro l’anno?
Più ci avviciniamo a metà anno e meno ci sono possibilità. Esiste un iter che deve ancora essere completato. E non parlo di quello legato al voto in Consiglio Comunale su variante e convenzione urbanistica. Parlo di quello successivo. C’è una parte amministrativa ancora – quella che illustravo prima con i passaggi in Regione ma cui vanno sommati anche le firme sulla convenzione, le verifiche sulle fidejussioni, l’adeguamento delle carte progettuali – ma c’è la parte successiva. Prima di aprire i cantieri occorre fare la bonifica delle aree, gli scavi archeologici, le gare europee per le opere pubbliche. Tutta roba che, se va davvero bene, si può concludere in un semestre. Ma che, più probabilmente, potrebbe richiedere almeno 8/9 mesi. Chiaro, quindi, che più ci si avvicina a Giugno e meno probabilità ci sono di aprire i cantieri, quelli veri, entro fine anno. Se poi vogliamo considerare l’abbattimento delle tribune dell’Ippodromo come se fosse una prima pietra, allora ci siamo ancora. Ma, personalmente, non sono i lavori preparatori quelli che io considero prima pietra. La prima pietra è altro, è quello che inizia la costruzione, non la demolizione. 
Una eventuale caduta della giunta Raggi, che effetto potrebbe avere sulle tempistiche dell’iter?
Nessuno o quasi. Al momento siamo in una fase tecnica. Che, probabilmente, potrebbe concludersi salvo sorprese entro fine Aprile. Difficile credere a una caduta della Giunta Raggi prima di questa data (e anche dopo). Quindi, sarà l’Amministrazione Raggi a votare la variante e la convenzione urbanistica. Tuttavia, qualora accadesse qualcosa di inaspettato e imprevedibile che comportasse il repentino abbandono di Palazzo Senatorio da parte dei 5Stelle prima della votazione, questa, a mio parere, potrebbe anche essere adottata dal Commissario prefettizio con i poteri del Consiglio. In fondo, a mio parere, lo Stadio ha ottenuto i via libera politici prima con il Pd, versione Marino, e poi con i 5Stelle, versione Raggi. Comunque, non vedo alcuna ipotesi di caduta Raggi all’orizzonte e, sottolineo, anche succedesse e pure se il Commissario potesse, non è detto che questi adotterebbe la variante e la convenzione preferendo, magari, lasciare il compito al prossimo Sindaco. 
Crede che lo stadio ed il progetto Super Lega Europea, siano legati? Se sì, è stata questa la leva che Rothschild ha usato per convincere il gruppo di Pallotta a compare la Roma?
Non ho informazioni in merito alle motivazioni per l’acquisto della Roma da parte del Gruppo Pallotta ma non penso che lo Stadio sia legato alla Super Lega, tema entrato solo recentemente nel dibattito mentre lo Stadio va avanti dal 2012.  
Crede che un eventuale stop alla stadio, significherebbe la vendita della società da parte del gruppo di Pallotta?
Molto probabile. Più potenziale causa per risarcimento danni. 
Grazie ancora, da parte mia e di tutta la Redazione. E’ stato un immenso piacere confrontarsi con lei.
Speriamo, con questa intervista precisa e puntuale, di aver chiarito gli aspetti più delicati di questa annosa vicenda. 
L’augurio è che la Roma possa avere la sua casa e lo possa fare in tempi ragionevoli.

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