Tra timori e tremori, Dzeko la risolve “alla romana”

Come un risveglio dopo un lungo torpore. O meglio, come un risveglio di soprassalto dopo un lungo sonno durato tre mesi. Nella bolla che si è creata d’improvviso attorno alle nostre vite a fine febbraio il calcio aveva perso il suo ruolo centrale, diventando un pensiero di sottofondo appartenente a un’altra realtà.
Una realtà che rimava con la normalità smarrita durante il lockdown.

Poi con calma le tessere hanno ricominciato a trovare la loro posizione e tutto ha lentamente ripreso un respiro accettabile. E ieri, sebbene non si possa ancora parlare di normalità riacquistata, si può certo dire che nel complesso tutto abbia ricominciato a prendere il giusto colore. La Roma che per molti è stata messa in secondo piano in uno dei periodi più oscuri della storia moderna, è tornata l’argomento principale di tutta la giornata. Un climax che si è concluso con il fischio d’inizio, che ha spezzato un silenzio fin troppo lungo.

E se parlare di normalità risulta quantomeno forzato, parlare della solita partita “alla romana” non è poi così lontano. La partita della Roma (quanto ci è mancata questa espressione) è stata un miscuglio di speranze e palpitazioni, delusioni e urla, tremarella e mani spellate. Immaginare un andamento lineare e apatico del match sarebbe stata pura utopia per i giallorossi, che fanno delle emozioni travolgenti uno stile di vita.
E forse, dopo tutto questo tempo, ce lo eravamo dimenticati.

TIMORE

Di quanto possa essere spinoso veder giocare la Roma ce lo siamo ricordati quando Gabbiadini ha portato avanti la Sampdoria dopo appena 11 minuti. Lasso di tempo in cui in campo sembravano esserci solo gli uomini di Fonseca, che per ben 3 volte – 2 di Dzeko, di cui una clamorosa e poi Pastore – hanno strozzato in gola un urlo che appariva quasi certo. Alle tre occasioni sfiorate è coinciso un pasticcio difensivo difficile da digerire anche alla luce del lungo stop che influisce sulla lucidità degli interpreti. Diawara ha scaricato dietro un pallone a metà strada tra Mirante e Ibañez, che vuoi l’emozione per l’esordio in giallorosso, vuoi la fiducia nei mezzi tecnici del compagno guineano, non ha capito che il passaggio era troppo lento. Si è infilato così in questo puzzle di errori Gabbiadini, che ha messo a sedere Mirante e con un sinistro delicato ha tagliato fuori causa anche lo stesso centrale brasiliano, apparso più che mai disorientato. Un inizio choc per l’ex Atalanta, che solo alla lunga ha acquistato sicurezze vincendo qualche duello e accorciando sugli avversari, anticipandoli.

L’idea di dover rincorrere l’avversario, per altro con una partita in più sulle gambe che in questo periodo fa tutta la differenza del mondo, si è fatta sempre più ostica con il passare dei minuti. Specie dopo che altre occasioni sono state cestinate tra sfortuna, imprecisione e bravura degli avversari, e soprattutto dopo che la pennellata impressionista di Veretout da fuori area valida per l’1-1 è stata cancellata dalla decisione al Var di Calvarese.
L’adrenalina per il gol si è presto sedimentata, trasformandosi in un’amara rassegnazione al dolore.
Le azioni sgorgavano pericolose soprattutto grazie alla saggezza tattica di Mkhitaryan, abile a cambiare posizione e funzioni in base al gioco, e anche grazie alla solita sapiente visione di Dzeko.

In fase di impostazione Veretout si abbassava sulla sinistra, componendo una linea a tre con Smalling e Ibañez, consentendo così a Kolarov e Bruno Peres di guadagnare in ampiezza e altezza di gioco. Diawara in mezzo avrebbe dovuto garantire il regolare smistamento del pallone – ma l’eccessiva ruggine lo ha fatto risultare poco lucido – mentre Pastore veniva a giocare il pallone tra le linee inventando il gioco e Mkhitaryan svariava su tutto il fronte. Carles Perez era l’imprevedibilità e il dinamismo della squadra; Dzeko era semplicemente Dzeko. Che oggi come ieri, e ieri più che in passato, è sinonimo di fenomeno.

TREMORE

Il costante timore di non scardinare l’argine difensivo di Ranieri è stato bombardato d’improvviso da quello che veste la numero 9 perché segna, ma potrebbe anche vestire la 10 perché inventa, vede e concretizza laddove gli altri neanche immaginano.

Tutto è partito però dalle scelte giuste al momento perfetto di Fonseca. Dopo un inizio propositivo di secondo tempo, pur senza trovare la via del gol, il calo fisico della squadra era inevitabile. E così al 60′, con una tripla sostituzione, Zappacosta, Cristante e Pellegrini hanno rilevato Peres, Diawara e Pastore, tutti e tre visibilmente provati. La decisione del tecnico portoghese è stata la chiave di volta della partita. Da lì si è creato un effetto domino che ha portato i giallorossi a vincere.

Dopo appena 4 minuti dall’ingresso in campo, Pellegrini ha inventato una linea di passaggio che non esisteva. Semplicemente non c’era, ma lui l’ha trovata. Lì, sopra le teste di tutti i difensori doriani e soprattutto lì, sul piede sinistro di Dzeko. Il pallone di Pellegrini era geniale, ma arrivava pur sempre da dietro, quindi pensare di creare qualcosa risultava difficile. Ma Dzeko non solo ha pensato, ma ha realizzato pure. Ha trovato una coordinazione che anche con il replay al rallentatore sembra mistica, mettendo il pallone sotto l’incrocio. Un pareggio che ha fatto tremare i cuori fuori allenamento dei tifosi romanisti, che in quel momento si sono ricordati di come ad ogni sofferenza corrisponda una gioia di pari intensità ma di doppio godimento.

“ALLA ROMANA”

E poi è arrivata a freddo la mossa finale. Lo scacco matto con tutte le pedine posizionate. Da una palla apparentemente buttata in avanti alla rinfusa è nato un urlo che ha raschiato le gole di un popolo intero.
È arrivata “a freddo” perché mancavano 5 minuti più recupero alla fine e un pallone a campanile così in genere non produce altro che uno spreco. Ma nulla è stato spreco in quell’azione, e nulla è stato casuale. Uno schema provato in allenamento perfettamente applicato in partita. Cristante non ha guardato nemmeno, sapeva perfettamente che nel momento in cui stava lanciando in avanti Dzeko stava scattando sul filo del fuorigioco. Il tempismo scelto dal bosniaco è stato eccezionale, ma la vera opera d’arte è arrivata dopo. È iniziato quando Dzeko ha diviso il suo sguardo tra l’avversario, che ha tenuto a debita distanza con il gomito, e il pallone, che ha studiato in ogni suo dettaglio per portare a termine il suo piano.

La poteva stoppare e poi andare al tiro. Poteva pensare di stopparla, difenderla e attendere l’arrivo dei compagni. Ma lui ha scelto la terza via, quella del tiro di piatto destro al volo che fa allargare le braccia a Ranieri sconsolato e ha consegnato 3 punti di piombo alla Roma.
Un gol “alla romana”, perfettamente complementare all’altro, solo che col piede opposto. Due gol della medesima bellezza e del medesimo peso perfettamente ripartiti tra il suo piede destro e quello sinistro.

Un gol che porta la Roma a una vittoria “alla romanista”, che vuol dire sofferenza e gioia. Eros e Thanatos. Timore e tremore.
Ma alla fine quella rete si è gonfiata due volte, una in più dell’avversario.
E dopo mesi di anormalità, l’ultima tessera del mosaico ha trovato il suo posto.
La Roma è tornata.
Chiedere al cuore di qualsiasi tifoso romanista una conferma.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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