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USA e getta: i flop della Roma americana – 2016/2017

Altro giro, altra corsa. Dopo l’era Garcia, la riscoperta dei peggiori flop della Roma americana fa tappa alla stagione 2016/2017, quella della seconda esperienza di Luciano Spalletti sulla panchina giallorossa, ma anche della rottura tra la Roma e Walter Sabatini. Una separazione piuttosto traumatica, culminata in una conferenza stampa-fiume durante la quale l’ex ds espone le ragioni che l’hanno spinto a lasciare, tra le quali figura anche l’intenzione della società di puntare su un database informatico per il calciomercato. Sabatini saluta a ottobre, lasciando il testimone al suo delfino, Ricky Massara, prima di firmare per la nuova Inter di Suning qualche mese più tardi. Massara lo segue poco dopo, mentre a Roma, accolto da salvatore della patria, sbarca Ramon Rodriguez Verdejo, meglio noto come Monchi. Troppo tardi per cominciare a fare danni. I flop di cui parleremo, dunque, sono gli ultimi portati a Roma da Sabatini.

Obiettivo primario del ds in estate è puntellare la difesa in attesa del ritorno di Rudiger, infortunatosi gravemente prima degli Europei. Ad agosto arrivano dunque Federico Fazio e, soprattutto, Thomas Vermaelen. Prelevato dal Barcellona in prestito con diritto di riscatto a 10 milioni, il belga viene salutato come il difensore di spessore ed esperienza da affiancare a Manolas. Come al solito, però, le grandi speranze dei romanisti si rivelano vane. Vermaelen bagna il suo esordio in giallorosso nei preliminari di Champions League rimediando un espulsione incomprensibile. Da lì in poi è tutta discesa. Spalletti gli da ancora fiducia in un paio di occasioni, ma il belga è irriconoscibile. Anzi, no, perché poi torna a essere tormentato dagli infortuni. Stavolta è il turno di una pubalgia che lo relega ai margini della rosa e lo fa scavalcare proprio da Fazio, che con Spalletti vive i suoi migliori momenti in giallorosso. Per Vermaelen, invece, l’esperienza a Roma si chiude con la miseria di 11 presenze prima del ritorno in blaugrana.

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Il mercato riserva anche quello che sembra finalmente il gran colpo sulla fascia destra. Si, è proprio lui: Bruno Peres. Il protagonista di una delle vicende più assurde della storia della Roma. Andiamo con ordine. Le prestazioni del brasiliano con la maglia del Torino abbagliano tanti ds, Sabatini compreso, che lo prende in prestito con obbligo di riscatto per circa 15 milioni. Peres, tuttavia, non è il giocatore che si pensava. Corre tanto ma male, attacca in modo disordinato e difende ancora peggio. Scala le gerarchie ma al contrario, superato da Florenzi prima e Rudiger poi. Fuori dal campo va anche peggio. Dopo due stagioni di vita sregolata e prestazioni deludenti, e nonostante il salvataggio sulla linea contro lo Shaktar, Monchi lo piazza in prestito al San Paolo. Presto, però, anche i brasiliani se ne liberano, girandolo al Recife, club di Serie B. Ma, come in un film americano, quando l’eroe tocca il fondo arriva sempre una seconda occasione. Che, nel suo caso, si chiama Gianluca Petrachi: il ds che lo portò in Italia e che convince Fonseca a dargli una chance. Sottoposto a stretta sorveglianza, Bruno Peres torna a essere un calciatore, ritrovando il campo e anche l’affetto dei tifosi. Che Fonseca possa fare il miracolo? Difficile dirlo, ma poche partite non possono certo redimere il flop che Bruno ha fatto a Roma.

Quell’estate, poi, anche la perennemente sguarnita fascia sinistra sembra trovare un padrone. Si tratta del portoghese Mario Rui, reduce da un’ottima stagione con l’Empoli di Sarri e prelevato in prestito con obbligo di riscatto per oltre 10 milioni di euro. Venti giorni dopo il suo arrivo, durante un allenamento nel ritiro di Boston, come tanti altri prima e dopo di lui, si rompe il crociato. Torna in campo solamente a gennaio, avendo assistito impotente, nel frattempo, all’esplosione di Emerson Palmieri, che si prende di prepotenza la fascia destinata a lui. Arrivato da titolare, Mario Rui diventa, di fatto, un esubero senza scendere in campo. La sua avventura in giallorosso termina così dopo una sola stagione e 9 presenze totali. Per circostanze, un flop legato più dalle aspettative sul suo arrivo a Roma che alle poche (per quanto deludenti) prestazioni.

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Per il centrocampo, invece, Sabatini pesca dal Brasile l’ennesimo baby prodigio: Gerson Santos da Silva. Le sue foto con la maglia numero 10 della Roma fanno discutere non poco, se non altro perché Francesco Totti è ancora in attività. Il ds giallorosso dice di averla inviata personalmente per convincere il ragazzo, ma soprattutto il fin troppo premuroso padre, ad accettare l’offerta. Già, perché Gerson è considerato uno dei giovani più promettenti del mondo, e in lizza per acquistarlo c’è anche il Barcellona. Eppure, nell’estate del 2015, a spuntarla è proprio la Roma, per la notevole cifra di 17 milioni di euro. Gerson, tuttavia, sbarca nella Capitale solo a giugno del 2016, dopo aver rifiutato un prestito in Serie A per farsi le ossa. Quando si aggrega alla squadra, infine, nessuno sa dove metterlo in campo: troppo indisciplinato per fare la mezzala, troppo lento per fare l’esterno offensivo. Con una mossa che sembra più un messaggio alla società, Spalletti lo schiera titolare nel tridente offensivo in uno Juventus-Roma. Il ragazzo ci mette del suo, dimostrando l’indolenza tipica di chi confida talmente tanto nei propri mezzi da far dubitare persino di averne. Con Spalletti finisce gradualmente ai margini della squadra, fino a non giocare più. La stagione successiva, con l’arrivo di Di Francesco, sembra poter trovare un po’ più spazio. A novembre illude tutti con una bella doppietta alla Fiorentina. Poi, però, torna il solito Gerson. La stagione dopo, neanche Di Francesco ha il coraggio di riprovarci. Finisce proprio alla Fiorentina, con cui segna all’esordio. Poi, però, torna il solito Gerson. Il mancato riscatto dei viola costringe Petrachi a fare un miracolo e rifilarlo al Flamengo per 12 milioni più parte della futura cessione. Curiosamente, mentre a Roma si festeggia per l’operazione, Gerson vince campionato e Copa Libertadores da protagonista. Una storia romanista. Il suo tabellino in maglia giallorossa, in ogni caso, recita 42 presenze e 2 gol. Forse l’esempio più lampante di baby fenomeno rivelatosi flop in nove anni di Roma americana.

Chiudiamo, infine, con l’unico rinforzo del mercato di gennaio: Clement Grenier, prelevato in prestito secco dal Lione. Indicato in gioventù come uno dei prospetti più interessanti di Francia, la sua carriera è però frenata da un’interminabile serie di infortuni. Il giocatore perfetto per la Roma, insomma. Dimostrando vero sprezzo del pericolo, nella Capitale si prende anche la maglia numero 7 che era stata di Iturbe. In realtà, di rinforzo Grenier non ha proprio niente. Nonostante qualcosa da dare sembri averla ancora, fatica parecchio a inserirsi nel gioco di Spalletti, collezionando appena 6 presenze. Poco perfino per il suo fragilissimo fisico, che almeno torna in patria tutto intero. Un flop tutto sommato indolore per una delle tante meteore sfrecciate nel cielo giallorosso, accomunate non da un desiderio, ma da una domanda dei tifosi della Roma: “perché?

L’ultima stagione di Spalletti sulla panchina della Roma è un enigma. La squadra infrange il record di punti stabilito da Garcia e chiude al secondo posto in campionato, a sole 4 lunghezze di distanza dalla Juventus. In poco più di una settimana, però, riesce nell’impresa di farsi eliminare in malo modo da Europa League e Coppa Italia. Ma la goccia che fa traboccare il vaso, per la quasi totalità della piazza, è l’addio di Francesco Totti. Una ferita che forse è meglio non riaprire, ammesso che sia chiusa. D’altronde, i fischi a Spalletti durante l’ultimo giro di campo del Capitano ce li ricordiamo tutti. Il tecnico se ne va non escludendo il ritorno, sostituito da un altro ex, anche se solo di campo. Di questo, però, parleremo nel prossimo capitolo.

Amo la Roma e l'informazione fatta bene. Per questo vorrei fare bene informazione sulla Roma.

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