Verso un nuovo orizzonte

Forse c’è un orizzonte. Dietro alla fosca bruma che ha soffocato tutte le speranze e i buoni propositi della Roma di quest’anno, forse c’è un orizzonte. Al di sotto delle tetre tenebre comincia a schiarirsi un varco violaceo annacquato dalla seconda vittoria consecutiva della squadra dopo un periodo da incubo. Quel viola è ancora scuro, è il simbolo di una Roma tumefatta e provata da una stagione snervante che però forse, proprio quando il nero sembrava la tinta unica che non faceva trasparire nient’altro che angoscia, si è cominciato a schiarire.
Forse troppo tardi, forse troppo poco, ma si è riaperta la lotta tra luci e tenebre e questo, fino a un paio di settimane fa, sembrava impensabile.

Perciò la pioggia che ha bagnato il terreno di gioco incessantemente durante la partita tra Roma e Udinese è parsa come una sfida, un ostacolo da superare per dimostrare che qualcosa sta cambiando davvero. Che questa squadra è degna di partecipare a una lotta all’ultimo respiro per la Champions, prima obiettivo minimo, poi chimera, infine di nuovo obiettivo per la sopravvivenza.

LA LUCE

La prima luminaria è stata accesa dal baluardo, paladino dei colori giallorossi, Daniele De Rossi, che con la sua ginocchiata ravvicinata aveva trasportato la sua amata fuori dalle sabbie mobili contro la Sampdoria.
Un altro raggio di luce si è aggiunto alla fioca speranza creata dal capitano romanista nel pomeriggio di sabato, quando El Shaarawy, noncurante della pioggia né delle pozze, ha inventato un tocco d’esterno così luminoso che è tornato a far luccicare anche il sorriso di Dzeko, che 352 giorni dopo l’ultima volta, ha segnato una rete davanti al proprio pubblico. Un gol pesante, un po’ per via della palla inzuppata dall’acqua, un po’ perché quando quella sfera si è depositata sul fondo della rete la Roma ha aggiunto un bel più 3 alla propria classifica, che ora la vede a -1 dal Milan, che fa rima con Champions League.

 

Paradossale pensare che i giallorossi siano tornati a respirare sotto a quel diluvio, un mare d’acqua che ha spento la coltre di negatività che inglobava il mondo capitolino.
Non è tanto, ma è abbastanza, è sufficiente in un campionato mediocre per tornare a sorpassare Lazio e Atalanta e restare a un palmo dal diavolo.
Sabato è rinato qualcosa.
Oltre il tre punti, oltre il vitale risultato maturato al triplice fischio, oltre l’apparenza. Perché ci sono stati segnali, più o meno visibili e degni di menzione, che hanno contribuito a far urlare ancora più forte la Curva Sud, che non si spegne nemmeno sotto quella pioggia torrenziale.

MOLTEPLICI SEGNALI

C’è stato per esempio Ranieri, il mister, che nel bel mezzo della burrasca, sia metaforica che fisica, non ha tirato i remi in barca e anzi ha stoicamente foraggiato la sua squadra dalla panchina, con gli occhiali e i vestiti fradici di pioggia, ma poco importa. Lui è stato sempre lì, con il cappuccio tirato su, ad osservare la sua squadra che rispecchiava i suoi principi di gioco, forse semplici e rudimentali ma vitali per una Roma quasi affondata. Ma il naufragio è quantomeno rimandato. Difendere, restare compatti e pazientare, tanto poi il gol arriva. E infatti.

E come è arrivato quel gol. Con una triplice magia del Faraone che con un tocco ha solleticato i palati più fini del calcio. La prima magia è il tocco stesso, quel mezzo esterno di destro che ha tagliato la difesa friulana e che forse ha sbalordito pure quello che in tribuna un tempo vestiva la 10 e di nome fa Francesco. La seconda magia è che ha fatto tornare al gol Edin, e la terza è che ha fatto tornare il sorriso a Edin, che poi è corso da lui e l’ha abbracciato, ringraziandolo per l’assist. Ricordate la lite tra i due negli spogliatoi di Ferrara? Ecco, allora forse ne ha fatte quattro di magie.

Poi c’è Daniele che esulta. Niente di strano forse, se non fosse che nell’azione stessa del gol, il flessore ha tirato e lo ha fatto stramazzare al suolo. Ma poco importa, la sua esultanza c’è, forse meno plateale e più intima, custodita nel suo bicipite flesso e nel suo pungo chiuso, ma c’è. Anche a discapito delle 2-3 settimane di stop che lo attendono, lui esulta. Sdraiato, infortunato, dolorante e ferito nel fisico, ma gioioso nell’animo, esulta.

È importante segnalare anche che per la prima volta quest’anno la Roma conclude per la seconda gara consecutiva con la porta inviolata, 219 minuti con la rete vergine. Un po’ merito dell’apprezzabile Mirante, che para qua e là senza troppi complimenti, un po’ grazie alla sorte che si palesa nel palo di De Maio, e un bel po’ nell’assetto accorto della squadra, che neutralizza bene ogni sortita offensiva dei bianconeri.

Anche la testa è stata presente sotto l’acquazzone. Una testa ben salda sulle spalle dei giocatori, che dopo la rete del vantaggio di Dzeko non hanno mollato di un centimetro e oltre a creare un’altra manciata di occasioni da rete, hanno concesso un solo tiro all’Udinese, equivalente a 0.06 expected goals. Un dato basso, irrisorio, che conferma la tenuta mentale per tutto l’arco della partita.

DIREZIONE MILANO

E allora pennellata dopo pennellata la Roma ha iniziato il suo processo di schiarimento del cielo.
Per far sì che il giallo ed il rosso tornino ad irradiare la città eterna bisogna dare continuità agli atteggiamenti e ai risultati, ma intanto, una goccia alla volta, questa squadra comincia a carburare.
Le tenebre iniziano a diradarsi.
Dopo la grande pioggia è prevista una schiarita.
Ma occhio alle nubi milanesi.

Sono uno studente di 18 anni ma soprattutto un romanista senza limiti. La mia è una continua ricerca di emozioni sulle quali scrivere, e con la Roma è dannatamente facile.

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